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Archivio per Marzo, 2011

Le prime sere di primavera

Le prime sere di primavera allentano i pensieri. Si fanno lunghi, così che tu possa analizzarli nel profondo. Sono pensieri buoni, da assaporare gustandoseli tutti in questa notte che di buio non ha niente. La lampada dell’Ikea fa luce solo sullo schermo del pc e fuori non fa freddo. E’ solo primavera, finalmente. Ogni anno, quando aprile sta per arrivare, le giornate si fanno più lunghe e l’aria profuma di nuovo, mi sento una persona diversa. Come una crisalide che esce dal guscio. Che ha voglia di diventare farfalla. E volare. E’ una bella sensazione. Sono quei giorni in cui puoi sognare, sono una chiacchierata che ti rasserena, un bicchiere di vino con gli amici. Sono una canzone da cantare. Sei tu.

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La terrazza sul mondo

La mia terrazza sul mondo è qui. Non ce n’è un’altra, non potrebbe essere altrimenti. Solo qui l’orizzonte si confonde con il mare tanto da entrarne in simbiosi, come se avesse voglia di  fargli l’amore.
Da qui hai l’impressione di volare come se niente avesse peso. Fluttuare in dolci pensieri, discendere, riprendere quota, gustarsi il panorama.
Parliamo io e te, mentre il profumo della bouganville è prepotente e sincero. Si mischia a quello dei limoni che scendono fino alla strada, arroccati sui tornanti. Precipizi nel blu che non fanno paura. I colori di questo posto mi piacciono. Ti prendo per mano e ti trascino per farti vedere in lungo e in largo il giardino. Tu hai la cartina tra le mani, per decidere la strada da prendere e arrivare al porto, dove ci sono i marinai. Dove partono gli autobus pieni di turisti e la piazza della città pullula di cappellini variopinti per ripararsi dal sole.
Ho voglia di farti una, due, dieci foto. Ho voglia di rubare quel sorriso che hai oggi, fermarlo, dargli il sapore dell’infinito. Le foto servono a questo, a rubare attimi al tempo. A fermare gli stati d’animo, riempirli di eternità.
“Vorrei rimanere qui per sempre” – ti dico. E appoggio la testa sulla pietra fresca. Davanti solo azzurro. Tu non dici niente. Almeno non con le parole. Ma mi guardi come nessun altro ha mai saputo guardarmi. Sei dolce, adesso.
“Dopo due giorni scapperesti”- mi rispondi. “Può essere” .- replico mentre schiudo gli occhi. Sospiro. “Mi piacerebbe aprire un negozio di ceramiche. Così starei in mezzo ai colori tutto il giorno. Avrei tempo per due chiacchiere con i turisti. Avrei tempo per respirare quest’aria”.
“Sai cosa mi piace di questo posto?”
“Spara” – mi dici mentre fai la faccia attenta. Il sole ti si appoggia sugli occhi.
“La semplicità. La semplicità è straordinariamente affascinante sai“. Mi alzo dalla panchina. Appoggio le mani salde alla ringhiera della terrazza e ti guardo. E continuo. “Ci ho pensato stamani, quando facevamo colazione in giardino, con il caffellatte. Dietro di te conche di fiori, una bella giornata, il versò. Il tempo che poteva scorrere lento. Mi basta questo mi sono detta. La città mi uccide, mi uccidono i miliardi di auto che vagano lombricanti nel niente, le lancette dell’orologio che corrono  i cento metri, l’ufficio, il cellulare, la carriera. Vorrei solo te, un cavalletto per dipingere, una coca cola per quando mi prende sete, il mare, una playlist che viaggia a seconda del mio umore”.
Tu mi baci. Perchè i baci, come le fotografie, rubano attimi al tempo. Sai di zucchero filato, profumi di torte alla mela appena uscite dal forno, tu sai di buono.
“Andiamo” – ti dico . E prendiamo la strada più lunga, quella che passa dai limoneti, con il giallo che brilla sotto il sole. Centinaia di scalini portano verso il mare. E’ faticoso scendere un’intera collina a piedi ma solo così si possono vedere scorci fantastici. Solo così si ha la sensazione che quello che hai davanti sia solo tuo e di pochi altri. Questo mi piace davvero. Svegliarmi al mattino e vedere i colori cambiare con la luce che varia. Avere scorci solo per me. Mille sguardi diversi, diecimila finestre sul mondo. Voglio vedere sbocciare il fiore nel mio giardino che ieri ancora era chiuso, voglio assaporare ciò che mi sta intorno. Solo qui posso farlo. Questo è il mio posto nel mondo, la terrazza dell’infinito è casa mia. Il biglietto di ritorno lo regaliamo al mare penso. E lascio che l’acqua lo inghiotta, lo trascini negli abissi come se fosse pesante come un masso. Un gesto. Ed ho dato concretezza a un sogno. Da domani dipingerò ceramiche per i turisti.
Ti guardo. Tu sorridi. Ho fatto la scelta giusta. E continuo a scendere verso il mare, felice, sotto il sole di settembre.

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L’equazione perfetta


Ti prendo per mano e ti porto davanti alla ferrovia. Chiudi gli occhi ti dico, qui passano i treni dell’estate. Quelli che puoi scendere di macchina perchè la barra del passaggio a livello starà giù per molto. Ti appoggio il cappellino sulla testa e guardo avanti. Prova ad ascoltare ti dico, lo senti? Sta arrivando. Mi emoziono come quando avevo cinque anni, perchè i treni mi sono sempre piaciuti. Perchè tu mi hai insegnato ad amarli.

I viaggiatori sono persone migliori delle altre. L’ho imparato conoscendoli. Sono persone  che sanno guardare oltre perchè hanno visto tanto. Sono come te. Tu sei l’uomo migliore che abbia mai conosciuto. Sei quello che mi faceva giocare al flipper del bar di domenica mattina. Quello che mi faceva salire su quelle sedie che c’erano nei bar negli anni ottanta, dove la struttura era tenuta insieme da fili di plastica rossi o blu. Le sedie della mia infanzia. Erano gli anni delle cinquecento lire di carta, del gelato con la faccia della pantera rosa o di quello con il bastoncino alla liquirizia. Te lo ricordi? Tu te ne stavi in giardino a giocare a carte prima di andare a pranzo, nella tua casa di fronte alla chiesa. C’era Pippo con noi, il barboncino nero. E io starnutivo, quando c’era il sole. “Salut! Bon die!”, mi dicevi. E le tue mani erano grandi come quelle di nessun altro. Riuscivano a tenere aperte come un ventaglio le tredici carte del ramino. Tu mi hai insegnato a vincere, a giocare d’astuzia, a far credere che stai messo male all’avversario e poi chiudere in mano. Adesso potrei anche batterti sai? Tu mi guardi e capisco che una partitina te la faresti anche prima di cena. Il treno passa e mi smuove i capelli. Tante carrozze, tantissime. E’ una vecchia locomotiva che schiaccia le rotaie cotte dal sole e se ne va.

L’aria del mare mi rilassa i pensieri mentre torniamo in auto e partiamo. Prima, seconda, terza. E la strada va. Guardo le tue braccia magre e lunghe, le ginocchia che ballano mentre l’autoradio suona le canzoni che ti piacciono. Io guido e tu canticchi. E batti le mani sulle gambe. Vorrei dirti che ti amo. Ma il nostro è un amore che non ha bisogno di parole. Le Apuane sono lì,  si avvicinano. E Camaiore sembra un bocciolo di rosa accoccolato tra i boschi verdi, brillanti nella quiete dell’ombra. Si può sentire l’acqua del Teneri scorrere, lì dove i girini forse ci sono ancora.

E’ tutto come vorrei con te. E’ tutto come vorrei quando ci sei. Sei l’equazione perfetta. Tu che riesci a finire tutte le parole crociate e sbucci le pesche come io non riuscirò mai a fare. Tu che segni i numeri di telefono sulla confezione di fiammeri, che sei intelligente e brillante. Tu che sei tutto, anche oggi che non ci sei. “Mi porti a Pontremoli domani?” Ti chiedo a bruciapelo. Voglio mangiare i testaroli al pesto. Mi guardi e annuisci. “Prima vinci questa partità però” – mi rispondi. E’ un sì sottinteso. Nella taschina della polo blu a righe verdi hai già i nostri due biglietti del treno. Sai già che andremo al ristorante dove si fermano i camionisti, chè li si mangia bene. “Di te mi fido” – ti dico mentre calo la chiusura e tu hai ancora tutte le carte in mano. Ti aggiusti gli occhiali e incroci le gambe, come fanno le donne. “Sei la migliore di tutte, l’ho sempre saputo” – mi rispondi. Ti abbraccerei sai. Ma non lo faccio. Ma tu rimarrai sempre l’uomo che mi ha fatto sentire importante. E tu per me sarai sempre l’uomo dei treni. Il mio grande, unico viaggiatore.

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