giovedì 14 novembre 2019   | intoscana.it
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Il sapore della felicità

Le barche erano intrise di salmastro, strisce d’azzurro corrose dal sole . Il legno si bagnava di mare nei punti dove il bianco smaltato aveva ceduto. Io me ne stavo disteso in quella conchiglia allungata che dondolava tra le onde, ancorata al piccolo porticciolo naturale di fronte al castello. Correvo lì al mattino presto, quando ancora i taxi di mare non partivano. Così potevo starmene accovacciato nell’umidità del giorno che arrivava, con le gambe che cercavano spazio tra i remi appoggiati nel pagliolo. Portavo le braccia incrociate dietro la testa, all’altezza della nuca, a mò di cuscino. Guardavo il cielo e, poco più in là, il Castello Aragonese. Così grande, massiccio che pure i flutti di mare potevano farsi male quando si infrangevano ai suoi piedi. Da lì potevo ascoltare il mondo. Con una musica che mai più ho avuto modo di sentire. I gozzi che sciaguattavano come lavandaie nei fiumi, le finestre che si aprivano cigolando di mattino presto, i primi passi, strusciando sull’asfalto del ponte erano dolci suoni per le mie orecchie di bambino. Ogni tanto chiudevo gli occhi per sentirli meglio. Mi concentravo e riuscivo ad avvertire anche il battito d’ali dei gabbiani che planavano dall’ala est del Castello, volavano in mare. Pescavano. A volte scappavo dal letto della nonna e correvo nella notte al porticciolo. Volevo vedere le stelle cadere nel mare. Quando tutto è buio, così buio che mi faceva timore. E il mare era nero. Ma in più punti le luci lo facevano tremolare, come quando la luce elettrica ci abbandonava improvvisa ed a casa accendevamo le candele. Le mura tremolavano anche loro. Io mi divertivo, mi eccitavo, l’adrenalina saliva potente. Le candele erano il gioco inaspettato che cambiava faccia alla noia della notte. Fatta per dormire anche quando non ne hai voglia. E la faccia della mamma diventava arancio e se passavo le mani vicino alla fiamma, l’ombra delle dita diveniva gigante. La notte al porticciolo le stelle facevano oscillare l’acqua.

Il Castello sembrava affondare nel buio. Sprofondare nel mare. Avevo così tanta paura delle mie fantasie che aspettavo con ansia l’arrivo del giorno. Il cielo tinto di rosa, striato di blu cobalto e poi il sole. Rimanevo disteso fin quando non avvertivo l’odore del pane uscire dal forno del Boccia. Tutti, dal porto al ponte, facevano lunghe file per il filone da un chilo. Io mi presentavo quando ancora la bottega non era aperta. Mi affacciavo al laboratorio e il Boccia passava la mano infarinata sui miei capelli. Mi porgeva un panino che scottava come il sole di Ferragosto ed io, solo ringraziando con un gesto della testa, correvo via. Forte, fortissimo. Come se nelle mani avessi nascosto il tesoro di Sant’Anna. Come se i fantasmi delle Clarisse del Castello mi inseguissero per i vicoli del borgo. Le gambe mi portavano fin quando il fiato teneva. Le salite di Cartaromana non mi intimorivano. Arrivavo in alto, là dove potevo riposarmi nel verde, guardando il mare divenuto piatto come una tavola. Calmo. Il mio cuore invece saltava come un canguro impazzito. Le mani rosse stringevano ancora il panino del Boccia. Mi sedevo, su una pietra che rinfrescava i pensieri, addentando il primo boccone del giorno. Sapeva di farina buona e di sale. L’aria era quella dell’isola. Corsi verso casa prima che la nonna si svegliasse. Prima che i taxi di mare portassero i turisti a vedere i sassi multiformi spuntare dal mare come magiche ninfe.

Il giornalaio in piazza aggiustava le locandine. Passai dal retro del piccolo giardino dove la nonna aveva piantato due alberi. Un arancio e un limone che, come diceva sempre lei, non potevano mancare in una casa dell’isola verde. Dormiva. I capelli raccolti, le rughe appoggiate morbide sul viso. Lasciai i vestiti salati sulla sedia, dove li avevo riposti la sera prima. Andai a letto vestito solo delle mutande bianche di cotone che mi lasciavano il segno perché erano strette. Quel giorno mi addormentai pensando che da grande avrei vissuto così. Respirando a pieni polmoni le cose semplici della vita. Provando ad udire passi, battiti d’ali, penne biro su fogli a quadretti, ascoltando il rumore della carta dell’ortolano quando c’infila a forza il chilo e mezzo di pesche. Innamorato del suono della mattina, di spiragli di sole appoggiati sul pavimento. Di odore di bucato e profumo d’acqua ghiaccia sul viso. Di pane caldo e di farina sui capelli che spesso attaccavo al cuscino.

E stanotte mi addormento, con l’azzurro delle barche del porticciolo negli occhi, in una città del centro Italia, così rumorosa da non avvertire neppure un suono diverso dall’altro. Penso che domani partirò, mi dico. Nella tasca della mia giacca ho sempre un biglietto del treno, pronto per essere obliterato anche se oggi non serve più.

Posso partire, ripeto. Un gozzo, là nel mare forse mi aspetta ancora.

L’optional non compreso nel prezzo

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Prendo la bici appoggiata al lampione. E’ senza lucchetto perchè dove vivo io nessuno ruba biciclette. Al massimo possono arraffare arance nei campi, l’uva dai vigneti appoggiati sulle colline. La sella è dura ma ci sono abituato. Afferro il manubrio arcuato e gli porgo il volto vicino, così da diventare un tutt’uno con lei, con la mia bicicletta da corsa. L’ho vinta una notte fumosa, dopo aver giocato a biliardo. Mettendo a segno un rinterzo degno dello Scuro, facendo crollare uno ad uno i birilli.

Sono un campione e io non ci credo . Lo dicono gli altri ma io in realtà ho giocato solo per lei. Per quella bici da corsa azzurro cartazucchero, leggera come una piuma. Con lei scendo lungo la strada bianca, tra i sassi che rumoreggiano sotto le ruote. E mi fanno rimbalzare. Corro contro me stesso perchè la mia è una passione che non porta a competere con il mondo ma richiede il meglio da se stessi. Altro non voglio: se c’è un traguardo da raggiungere io ci devo arrivare, a costo di tagliare il nastro con le ruote bucate , con la catena che fuoriesce Ogni metro e mezzo di pedalate, con le mani incallite aggrappate al manubrio. E poi distendermi al suolo, stremato ma felice. E ‘vero, non ci sono trofei, non si vince niente ma il cuore esplode. La bici è come se corresse sull’olio, i pedali sono morbidi, il respiro profondo.

Non sono un campione, non lo sono mai stato. Né con la stecca in mano, nè in sella, mentre salgo e scendo lungo sentieri di pace. Non mi sentirò mai arrivato perché io sono nato per correre, fermarmi e ripartire. Non avrò mai un allievo perchè non sono un maestro, non vincerò mai niente perchè non amo vedere gli altri sconfitti. E per una volta Che vinci ce n’è sempre in Un’altra cui perdi. Ci sarà sempre uno con la steccata migliore della tua, con la giusta volata per la vittoria, con più fiato, più traiettoria, più qualcosa. E allora io gioco solo con me stesso. In un solitario nel quale vincere è solo un optional non compreso nel prezzo.

Per la foto ringrazio: “Il ventre della balena” – guarda il suo album su Flickr.com! – clicca qui

Il silenzio della stanza accanto

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Il silenzio a volte mi ha fatto paura, altre mi ha accompagnato come una dolce musica. Perché nel silenzio si può godere dei rumori di solito impercettibili, sconosciuti all’udito. Come mi è capitato in dei momenti, appoggiando l’orecchio sinistro al muro della stanza accanto. Per scoprire, nel silenzio, che mondo c’era al di là di camera mia, dell’ufficio, dell’aula del liceo. Il rumore del silenzio racconta tanti mondi. E a me sono sempre piaciuti tutti. Moltissimo. I mondi dei rumori che si avviano lenti dentro uno spazio, come se facessero fatica a camminare nel tempo: un rubinetto rugginoso che stenta ad aprirsi, mio padre che infila le chiavi nella toppa della porta di casa con quella flemma che solo lui può avere, i rumori di chi pulisce casa al mattino e cerca di non svegliare nessuno. Il silenzio, come la notte, è fatto di centinaia di migliaia di suoni che navigano a vista tra colori scuri, dentro le auto in sosta innamorate di baci, di respiri celati alla città. E chiudo gli occhi. E lascio solo spazio solo al silenzio. Lui, ogni giorno, riesce a riempirmi l’anima, dalla stanza accanto.

Per la foto ringrazio Lorenzo_T vai a vedere tutti i suoi scatti su Flickr, clicca qui!

Il post mi è stato ispirato invece dallo status di Pippo Russo, tra i miei amici di Facebook che scrive: “…E nella stanza accanto continua il silenzio”.  Così ho immaginato quanto potesse raccontare il silenzio ad una persona..ed ecco questo breve scritto!

Ovviamente vi invito a scrivermi e segnalarmi i vostri status su Facebook, come sapete bene diventeranno un racconto, spero di piacevole lettura.

A presto e buon 2010 a tutti voi! :)

Simona

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Cuore acustico

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Quando mia madre decise di impiantarmi un cuore con le casse acustiche non è che ne fossi molto contento. Sentivo rimbalzare la voce dallo sterno allo stomaco, provocandomi sussulti improvvisi. C’era una sorta di aria rumorosa che si faceva strada dentro di me, estranea . Di certo non era la benvenuta. Quando suonava il rock ‘n roll però che gioia. Una scarica elettrica mi percorreva i capelli rosso fuoco, incendiati come i campi di grano in estate. E le efelidi si coloravano vistose sui piedi scalzi che correvano per la campagna. Saltellavo tra le zolle di terra mentre il ritmo aumentava i battiti del cuore. Pulsava nervoso come quando si fa l’amore. Pompava sogni. Vibrava come le corde della chitarra schiacciata sul manico da dita sicure in mezzo ad accordi stonati. Mi rimbalzava nell’anima senza farci troppo caso. Mia madre decise di impiantarmi quelle casse così, per sfizio terreno. Ero il primo sulla terra ad avere un cuore acustico. Una sala prove impiantata tra vene, sangue e carne da macello. Qualche colpo di batteria mi faceva sussultare, di notte. Ero un diverso. L’unico a dover convivere con corpo estraneo e rumoroso dentro di sé. Un apparecchio che non si poteva spengere. Non bastava staccare la luce, togliere le pile, staccare la spina. La musica partiva con lo scorrere del sangue. Se avesse smesso di suonare sarei morto. E così continuai a convivere con quello strano oggetto metallico che mi suonava dentro. Mangiavo mentre Boy George cantava Karma Chameleon. Di pomeriggio prima dell’aperitivo delle sette partiva Bryan Adams con Summer of 69. Di solito cuore acustico metteva pure il replay. A volte, quando proprio era in vena, si divertiva a mixare qualche brano. Solo la notte mi concedeva riposo. Ma io sentivo qualcosa di troppo metallico girovagarmi dentro. Avrei voluto anche io un cuore come tutti. Rosso come quelli che Cupido trafiggeva sull’onda del mito, che pulsasse per un’emozione e non sull’onda del ritmo della techno. Una notte pregai Iddio perché mi regalasse un cuore vero. Piansi e avvertii le lacrime scendere lungo la gola fino a far presa sulle casse acustiche. Ci fu un black out. Il corpo si spense, chiuse i battenti. Nessun rumore, se non quello della mia voce. Nessuna nota invasiva e invadente. Ero vuoto di scariche elettriche, di ritmi danzanti. Toccai il petto, non avvertendo più la spigolosità delle casse. Avvertii la carne aderire morbida allo sterno, la pelle rilassata. La musica adesso avrei solo dovuto ascoltarla. Avrei potuto scegliere. Quella notte avevo ospitato Betta a casa mia. Mi sentì sussultare e corse verso di me. Allargò le braccia e mi strinse. Claudio Baglioni non cantò “Questo piccolo grande amore” e io fui libero di amarla per sempre. E la musica, stavolta, non era più solo rumore.

In una piovosa mattina di ottobre, l’idea di questo racconto è arrivata dopo aver letto lo status su Facebook di Benedetto Ferrara che scriveva: “Cuore nostalgico e una traccia di nostalgia”. Vuoi leggere il suo blog Rock &Goal su Repubblica.it, clicca qui!

La porti un bacione a Firenze

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“La porti un bacione a Firenze, vivo solo per rivederla un dì…”, cantavo così camminando tra strade di pietra fresca e il naso rivolto al cielo verso la sommità del Palazzo della Signoria. Avevo otto anni. La mia città era il centro del mondo, il mondo era la mia città. Correvo tra da Por Santa Maria infilandomi nei vicoli a me tanto cari. Mia sorella mi dava dietro ma quasi mai riusciva a raggiungermi. Mi nascosi in un piccolo antro in Via delle Terme, cercando di farmi piccola piccola, di rimanere in silenzio nel buio e lasciare il respiro stretto nello stomaco. Appena sarebbe arrivata sarei uscita allo scoperto, terrorizzandola. Lei avrebbe imprecato, sobbalzando. Poi avremmo riso a crepapelle, continuando a correre. Come ogni volta, più di ogni volta. L’argento dell’Arno mi luccicava sulla pelle quando mi sporgevo dai ponti, mischiato alle pagliuzze dorate delle botteghe fitte di polvere. Mi infilai dritta dentro il negozio di Gualtiero per seminare Tina. Lui stava passando la colla di pesce su una cornice e imprecava verso Dio. Appena mi vide si tappò la bocca e chiese scusa anche alla Madonna. Mi passò la mano sporca sulla testa, smuovendomi affettuosamente i capelli. “Quando mi prenderai a lavorare da te?” – gli chiesi.
Lui sorrise. “Pensa a imparare a ricamare – mi disse. Il lavoro è una cosa da uomini. E poi ti sciuperesti quelle belle manine. Vai a giocare và”.
Mi dette un colpo sulle spalle e si rimise al lavoro. Gualtiero era un vecchio amico di mio nonno e a me piaceva molto. Potevo stare ad ore in silenzio a guardarlo armeggiare tra i suoi arnesi. Oramai avevo imparato a memoria tutti i passaggi per dorare una cornice, anche se quello che divertiva di più era passare il bolo rosso, dopo aver lasciato che il gesso si seccasse penetrando nel legno. Odorava d’argilla.
Tina non mi vide e io corsi per tornare a casa. La mamma aveva promesso di portarmi alle Cascine a passeggiare nel parco, all’ombra degli alberi di cui mi insegnava a contare gli anni. Avevo capito che gli alberi vivevano molto più di me, di mia mamma e di Tina messe insieme. Potevano avere anche quattrocento o cinquecento anni. Io li invidiavo.

Quel giorno ero felice. Dopo la passeggiata saremmo andate in Via Sant’Antonino a mangiare i coccoli caldi. La padella era grande e piena d’olio bollente. Già mi vedevo quei bocconi di pasta fritta, adagiati nel cartoccio, già li sentivo scivolare gustosi nella pancia. Ricordo ancora lo sguardo terrificato di mia madre quando passai le dita unte sui vestiti per asciugare quel filo d’olio caldo che mi si appiccicava alle mani.

I suoi occhi mi dicevano tutto.

Così cercavo con noncuranza di allontanare la mano dalla gonna e spostarle dietro la schiena. Camminammo in silenzio fino ad arrivare a casa. Tina ci seguiva, dando uno sguardo ai negozi. Ci fermammo dal nonno, in Via Calzaiuoli. Il suo negozio di bambole era il più bello di tutto il centro. Una era alta quasi quanto me, con un vestito bianco come le nuvole pompose che toccavano la Cupola del Duomo. Mamma salutava tutti, sorridendo e abbassando il capo. Io provavo a imitarla ma dopo un po’ non resistevo, mi slegavo dalla sua mano e cominciavo a correre. E Tina dietro di me.

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Non c’era molto in quegli anni. Non avevamo la televisione, il telefono, il cellulare. L’auto mio padre l’aveva comprata da poco e fu la grande novità in casa mia. La domenica partivamo per lunghe gite. Mamma in auto cantava, mio padre pure. La campagna correva colorata e andavamo dove non c’era niente se non un buon panino al prosciutto e distese d’infinito. Le case erano in pietra e vi si accedeva da strade bianche e polverose. La gente aveva le mani ruvide e rughe spesse sul viso. Mangiavamo su tavoli di legno, seduti su una panca, in case che sapevano di legna bruciata e di fuliggine, anche d’estate.
Quando tornavamo a casa e scendevamo dal Viale dei Colli, io rimanevo incantata a guardare Firenze. Avrei voluto abbracciarla. Era così bella che ne ero innamorata. Ogni volta che ci ripenso, chiudo gli occhi e mi ricordo di lei, penso che il posto dove nasci e cresci è un po’ come il grande amore. Passi la vita a ricordarti com’era, passi i giorni a sperare che possa tornare tutto come un tempo. Cammino per il centro e provo a chiudere gli occhi. Gli zoccoli dei cavalli che battono nervosi sulle pietre di Via dei Cerchi, mi riportano all’infanzia. Sento le voci della mia gente, rivedo Gualtiero e la sua polvere d’oro, i vicoli odorosi di felicità inattesa. Continuo a camminare. In una città che non sento più mia. A volte la cerco nei sogni ma, quando mi sveglio, la sento sfuggire scivolosa dalle mani, distante e irrequieta. E rimangono solo quattro monumenti in croce a parlarmi di lei.

Per le foto ringrazio in ordine di apparizione:

FaP (guarda il suo album su Flickr a questo link )

Vino Rosso (guarda il suo album su Flickr, clicca qui! )

Per l’idea del racconto devo ringraziare il Sindaco di Firenze Matteo Renzi e la sua iniziativa “Un bacione a Firenze”, che si terrà il prossimo sabato 12 settembre. Tutti noi fiorentini in quell’occasione potremo dare il nostro contributo per pulire strade, piazze e parchi della città e far tornare la nostra Firenze nuovamente bella e affascinante., una Firenze che come dice Matteo “profumi di futuro”!

La valigia avida di sogni

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“Piove sul bagnato” -  rimuginava mio nonno seduto davanti ai vetri della finestra macchiati di gocce d’acqua battente.  Erano almeno tre giorni che pioveva ininterrottamente e non c’era nient’altro da fare che starsene chiusi in casa, con il camino acceso. Mia nonna lavorava a maglia per raggranellare qualche quattrino , che d’inverno faceva più che comodo e io altro non avevo  da fare che passare tutti i miei pomeriggi in soffitta.  Lì c’erano i giochi di mio padre, per lo più fatti in casa da mio nonno  che era un bravo artigiano e un ottimo intagliatore. Il mestiere l’aveva imparato da suo padre chissà quanti anni fa  e se ne era innamorato.  A terra,  poggiate nel mezzo della stanza su assi di legno, c’erano lunghe figure, colorate di rosso e di nero e occhi fatti da due semplici puntini buttati lì a caso. Assomigliavano a dei carabinieri, con alti cappelli che parevano potessero toccare il cielo.  Di lato, appoggiata alla parete c’era una vecchia sedia a dondolo e un abbozzo di capanna dove per Natale montavano il presepe. Era tutto intriso di polvere stantia, anche qualche bambola di mia zia, morbida di pezza cucita a mano. Ogni tanto provavo a frugare nella cassapanca anche se questo mi era stato vietato. Entrare nella soffitta era come volare dentro un mondo magico, dove ogni giorno potevo scoprire qualcosa di nuovo. Mi piaceva stare lì, da solo. Salire i due piani che dividevano la grande sala dove mangiavamo tutti insieme dalla zona riservata alle camere. Saltavo gli scalini di due in due nonostante gli strilli di mia nonna, fino a che non mi trovavo davanti la porta della soffitta. Pesa, con il chiavistello vecchio di ruggine e i tarli che l’avevano quasi divorata. A volte prima di entrare mi avvicinavo piano, senza aprirla. Attaccavo l’occhio sinistro ad uno dei grandi buchi, stretti e lunghi come feritoie, che si erano creati nel tempo. Chissà da quanto era lì quella porta. Nella casa del nonno come minimo c’erano nati anche il padre di mio nonno e non so di preciso quanti antenati della mia famiglia. Noi di cognome facciamo Merletti, proprio come quelle trine che piacciono tanto a mia madre e che mette sul tavolo quando arrivano gli ospiti.  Quando guardavo dal buco della porta speravo di trovare qualcosa di diverso. Ansimavo, nell’attesa che succedesse qualcosa di speciale, di inaspettato. Invece tutto era semplicemente inerte, baciato da un silenzio di pace. Quel pomeriggio non giocai con nessuno dei trabiccoli di legno costruiti da mio nonno. Rimasi semplicemente a guardare la pioggia incessante, ritmica che scendeva cadenzata riempiendo l’aia di acqua. Dapprima si crearono delle pozze, poi pian piano la pioggia invase il cortile di fronte a casa. Credevo di essere circondato da un lago. Intorno solo acqua, colori grigi e rumori di cielo arrabbiato. Mio nonno dormiva mentre la legna scoppiettava. Io rimasi un bel po’ con le mani chiuse appoggiate al mento, a guardare fuori. Non c’era la tv che avevo nella casa di città a farmi compagnia e neppure il mangiadischi rosso che mi raccontava la favola del Gatto con gli Stivali.  C’erano solo campi infiniti e case lontane, sperse all’orizzonte, vestiti lisi di lavoro e mani  spezzate dal freddo. Nient’altro.  Solo gambe per camminare lesti e mani forti  per lavorare la natura bizzosa. C’erano però i sorrisi di mia nonna e i suoi seni grandi dove poggiavo tenero la testa per addormentarmi.  Nel sonno sentivo i discorsi del nonno che si lamentava perché la stagione era stata cattiva. Meditava di andare lontano, in qualche paese fuori dall’Italia a fare fortuna. Io tenevo gli occhi chiusi e ascoltavo. Raccontava del Ballini, il proprietario del pezzo di terra accanto al suo che aveva vinto al Lotto. “Almeno lui ha smesso di lavorare, anche se, Anita lo sai, lì è piovuto sul bagnato.”  Mia nonna faceva grandi respiri ma non rispose.
“Che devo fare io? Devo andare a rubare?  -  Insistette alzando la voce – Che devo fare per dare un futuro a questo piccolo cristiano? In che mondo crescerà?” -  E si mise la testa tra le mani.
“Si sistemerà tutto “ – disse poi lei, con un filo di voce.

“Sì, prega pure il tuo Dio che tutto si sistemi ma ne dubito” – arrancò ancora rabbioso.

Quella sera cercai di non esagerare con le fette di pane con il prosciutto e per tutta la cena osservai il nonno e la nonna. Per la prima volta capii  come si sentono i poveri. Guardai dentro la faccia di chi non ha niente. Sarebbero stati felici se solo non fosse piovuto così tanto, se i campi fossero stati fertili di frutti e se io li avessi aiutati invece che stare a sognare chiuso in soffitta. Da domani tutto sarebbe cambiato. Io avrei rivoltato il mondo e avrei reso la mia famiglia felice per sempre. Avrei giocato al Lotto come il Ballini, i soldi li avevo nel salvadanaio di coccio. Avrei vinto così tanto denaro da comprare i campi di tutto Campogrosso. E mio nonno avrebbe messo il vestito buono, la mamma avrebbe inondato la casa di merletti profumati di bucato e mio padre avrebbe lasciato il lavoro in fabbrica. Ci sarebbe stato il sole ogni giorno e non saremmo dovuti andare via dall’Italia. Corsi fuori e con la vecchia scopa di saggina iniziai a spazzare la pioggia che inondava l’aia. Mia nonna corse fuori, prendendomi per un pazzo scellerato. Io ridevo. Ridevo e ancora ridevo, con la mia valigia avida di sogni tra le mani.

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Per la foto della valigia e del mimo ringrazio  lucam, andate a vedere il suo album su flickr!

La suggestiva immagine della pioggia è invece di Paf-Triz, anche questa presente su flickr a questo link

“Piove sul bagnato”, la frase con la quale ho iniziato il mio racconto è anche il titolo di un film del regista toscano Andrea Bruno Savelli, da qualche giorno nelle sale. Una frase, un modo di dire, che mi hanno ispirato questo racconto. Quindi…grazie Andrea! Vuoi vedere il suo profilo su Facebook e vedere il trailer del suo film? Clicca qui!

Brandelli di cuore

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Muove il vento le foglie del mio giardino e la loro ombra sul pavimento di casa le fa assomigliare ad acqua increspata. Sembrano foglie di limoni baciate di sole e il cielo mi appare come un’immensa distesa di mare. Sono in città e agosto sta finendo. Le mie ferie sono concluse, il frigo è vuoto e l’amore è ancora troppo lontano, almeno quanto la prossima estate. Guardo fotografie a colori che diventano dettagli da poter ingrandire sullo schermo del portatile, per ricordare meglio cosa ne è stato di ieri. Sul tavolo di casa finte margherite galleggiano in un vaso pieno zeppo di sabbia e mi ricordano che dovrei passare davanti ad uno specchio e spogliarmi delle cazzate che mi grondano addosso come pioggia insolente.

Ho solo ventisei anni. E i miei genitori quando sono nata hanno avuto la geniale idea di chiamarmi Gioia. Peccato che io, a differenza ciò che speravano per me, non sono affatto felice. Non so nemmeno cosa sia la gioia. Conosco piuttosto la malinconia devastante e impetuosa, vivo una felicità fatta di attimi, che non conosce spazi duraturi ma solo sfavillanti momenti di breve durata. Che non superano il tempo di un film, di una cena, dei fuochi arficiali. Che non vanno oltre il tempo di un esame, di una vacanza, di un sogno. E poi puf! Diventano niente. Crollano come fondamenta deboli, si sgretolano come la pelle bruciata dal sole.

“Gioia tesoro – legati quei capelli che ti si riversano sugli occhi. Hai un’aria così trasandata”. Sento la voce di mia madre, appena affacciata sul terrazzo. Annaffia le piante, getta via le foglie secche. Passo un dito al centro della montatura degli occhiali, per avvicinarli di più al naso. Per vederci chiaro mentre gli occhi affogano di lacrime. La voce di mia madre mi irrita in quel giorno così perfetto. Sarebbe un giorno bellissimo se solo fossi felice. C’è il fresco, il sole, c’è un aria bella da respirare. Ho ventisei anni. Ventisei. Che faccio qui, immobile di paura, avara di sogni? Aspetto un amore troppo lontano perché possa tornare. E mi accontento di niente, lasciando che il vento asciughi le guance bagnate e che il tempo rimetta insieme brandelli di cuore spenti di battiti.

“Gioia, cosa vuoi per cena stasera?”. Gioia? Gioia?!”.

Ho fame di felicità. Ma questo, mamma, non posso dirtelo.

Questo racconto mi è stato ispirato da due parole scritte da un amico di Facebook: Luca La Rocca. Vuoi vedere il suo profilo? Clicca qui!

Per la foto ringrazio Bimba81, andate a vedere il suo album su Flickr: cliccate qui!!!

Leonardo cerca una connessione decente…

Si chiama Leonardo la persona che ha ispirato il primo racconto di Faccialibro Tales. Voglio aprire con lui perchè l’idea di questo blog nasce proprio da un suo stato pubblicato su Facebook un pò di tempo fa. Accanto al suo nome e cognome c’era scritto: “Leonardo cerca una connessione decente…con l’esistenza”. Ho letto ed immaginato. E questo post è il risultato dei miei pensieri, ovviamente frutto della fantasia, ripensando a Leonardo e a ciò che aveva scritto. Buona lettura,

Simona

1971 FENDER TELECASTER da vintageguitarz.

Erano ore che Leonardo cercava una connessione decente. Davanti al suo MAC appena comprato e con i tre cellulari buttati alla rinfusa sulla scrivania, meditava come poterla trovare. Skype si illuminava di messaggi ai quali non avrebbe risposto e le righe orizzontali del suo maglione gli aprivano vie infinite di tormenti. Dette un’occhiata fugace alla sua chitarra, una Fender Telecaster del 75 appoggiata sulle lenzuola del letto disfatto. Gli aveva fatto compagnia durante una notte nella quale non era stato buono a chiudere occhio ma proprio quella stessa notte era riuscito a partorire il suo pezzo migliore. Ancora non aveva deciso come l’avrebbe chiamato e quella ricerca del titolo, l’aveva reso un po’ inquieto. Sorseggiava qualche goccio di prosecco svanito, rimasuglio di qualche sera prima, dopo una serata di baldoria con gli amici. Scese giù veloce dalla gola e calò diretto nello stomaco, depositandosi sul fondo. Sentì uno strano senso di vuoto e l’eco degli accordi rimpastati qualche ora prima, mentre con il plettro animava suoni scordati. Guardò la sua immagine riflessa nel mega schermo del Mac e notò che i capelli avevano risentito nuovamente dell’umidità, increspati e inviperiti come serpi sulla testa di Medusa. Così provò a stirare i due ciuffi che gli ricadevano sugli occhi, tirandoli con il pollice e l’indice uniti. Della connessione invece neppure l’ombra. Ancora troppo rallentata. A volte sembrava che fosse riuscito quasi a ripristinarla ma quando provava a collegarsi ecco che crollava nuovamente. Così decise semplicemente di aspettare, afferrò una matita, prese il primo foglio bianco a portata di mano e buttò giù qualche fumetto per ingannare il tempo. Giocò con le linee e i contorni, riempì di nero qualche spazio e sfregò di lato la matita per i chiaroscuri. Le note nella sua testa, però, risultavano ancora troppo indecise. La connessione era stata perfetta tutta la notte, ma quella mattina l’aveva proprio dannatamente abbandonato. Inspiegabilmente abbandonato. Era stata pressochè perfetta mentre suonava e la sua voce l’aveva sentita micidiale, uscire profonda e disperdersi in armonia con le pareti della stanza. In quella notte il suo mondo era lì. Tra il pc, i muri intrisi di pensieri, la sua Fender e qualche parola che si era data una stretta di mano con la musica. Non avrebbe desiderato altro. E si era sentito Dio. Ma quella fottuta mattina aveva perso di nuovo la connessione. “Riuscirò mai a trovarla, a mantenerla costante, equilibrata?” – si chiese mentre sentiva l’inquietudine infilarsi alle pareti delle sue interiora. E mise di nuovo mano al computer alla ricerca della sua connessione decente…con l’esistenza.

Il Leonardo del racconto vi ha incuriosito? Andate a scoprire quello vero!

Stefano ha un dubbio esistenziale: X-Factor o la finale di Amici?

Stefano passò tutto il pomeriggio con un dubbio che gli arrovellava il cervello: quella sera, dopo essersi spaparanzato sul divano di casa, con le gambe appoggiate al tavolino e gli urli di sua moglie che oramai, dopo dieci anni risuonavano come cantilene di traffico negli orecchi, dopo aver bevuto il caffè bollente, corretto con un goccio di Fernet Branca che l’aiutava a digerire, dopo aver chattato una buona mezz’ora sul portatile – almeno fino alle 21 e 20 – rimbalzando con un occhio su Facebook e l’altro puntato sull’Uno per vedere come andavano a finire i “pacchi” e scoprire se quella disgraziata della Toscana fosse riuscita a vincere i benedetti cinquecentomila euro – che le avrebbero consentito di non pensare più al mutuo – rimaneva incerto solo su un particolare: cosa avrebbe visto quella sera alla tv dopo il preserale? X-Factor o la finale di Amici?

amiciIl talent show con Morgan innamorato della Corvaglia o il programma della conduttrice, autrice, produttrice la tuttologa vincente Maria De Filippi ? Eh, quello era davvero un bel dubbio. Neppure il Fernet , buttato giù in dose sostanziosa da sua moglie nel caffè, l’aveva aiutato. Dapprima si era detto che forse lo zapping poteva essere una soluzione ma non ne era poi molto convinto. “Marisa ma tu cosa guarderesti?” –chiese, mentre la donna finiva di sparecchiare in silenzio. Lei lo guardò fisso negli occhi ma non rispose. “Allora? – insistette Stefano- non mi sei mai di aiuto. Per una volta che ti chiedo un consiglio…”.

Marisa si sfregò le mani sul grembiule che sapeva di bucato, passò bene il panno tra le dita per assicurarsi che fossero ben asciutte quindi si avvicinò al consorte, già con il telecomando in mano e la testa alla tv. Appoggiò un piede sul tavolino rimanendo perfettamente di fronte a Stefano. “Sei un idiota – gli disse- tu e quella maledetta scatola parlante. Tu vaiaffanculo insieme ad Amici e X Factor, tu e i tuoi commenti sulle estensioni di capelli della Ventura e il seno che le sta per scoppiare da un momento all’altro, tu e tutti quei messaggi che mandi, con il cellulare pagandoli un euro, dico un euro, per far vincere il tuo preferito. Sai che facciamo ora? Te lo levo io il dubbio – continuò Marisa urlando fuori di senno, mentre sventolava il grembiule sulla faccia intontita di Stefano.


x_factorCorse in camera del loro primogenito Lothar, nome che gli derivò dall’amore incondizionato di Stefano per Matthaus e l’Inter di fine anni ottanta. La chitarra del figlio era lì, in bella vista, appoggiata di sbieco vicino al letto. L’afferrò e come in preda ad un raptus incontrollabile Marisa tornò in sala, dirigendosi minacciosa verso Stefano. La scena successiva ebbe il sapore nevrotico di un film . Non volarono piatti, sarebbe stato troppo evocativo. La cara Marisa ebbe piuttosto voglia di distruggere la chitarra a suon di colpi contro il tavolino.

Lo strumento volò in aria colpendo i lampadari di cristallo che le aveva regalato sua madre per le nozze, si scagliò contro le cornici d’argento sul tavolo che rovesciò senza rispetto né per i vivi, né tantomeno per i morti, sbatté impazzita sui cuscini del divano come un battipolvere con il motore. Marisa ansimava, con il fiato che le era venuto a mancare e il cuore che le stava scoppiando dentro allo sterno.

Stefano non si era mosso di un centimetro, impietrito davanti allo spettacolo inatteso che gli aveva messo su la sua Marisa e che non gli aveva consentito di vedere se la Toscana avesse vinto o no i cinquecentomila euro. Si alzò dal divano e si avvicinò sorridente e disse, radioso a sua moglie, prima di tornare a sedersi. “Amore, peccato che non sai cantare. Tu si che hai l’X Factor!” . E, carico di adrenalina, puntò il telecomando dritto sul Due.

Lo stato di Stefano su Facebook mi ha ispirato questa scena di vita, ribadisco, assolutamente immaginaria.

Stefano è anche uno dei miei blogger preferiti…quindi, se volete conoscerlo davvero cliccate sui suoi “Sfoghi Virtuali”, il blog.