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Archivio per Gennaio, 2011

Era settembre

Sei bella, non c’è che dire. Sei bella mentre mi guardi, con la pelle che brilla di sole e le rughe morbide appoggiate sul volto. Sei bella con quel cappellino da spiaggia e le sopracciglia curate, con le labbra rosse di ciliegie, brillanti come il mare che ami. Sembri una lucertola, con gli occhi socchiusi vicino al cielo di agosto. E’ il 2008 e la tua sedia da regista è  sulla spiaggia, ‘che a te non sono mai piaciute le sdraio ed i lettini. Ogni tanto mi guardi e poi sorridi mentre ti faccio una foto. Ne faccio tre o quattro perché oggi mi piaci proprio tanto. La collana verde risalta sull’abbronzatura che sembra essere nata con te e credo  che oggi, sia uno di quei giorni nei quali potresti far girare il mondo sopra a un dito.

Ti chiedo perché ti sei truccata per venire sulla spiaggia e tu mi dici che devi incontrare una vecchia conoscenza, la proprietaria di un hotel del Lido. Mi dici anche che lei ha ti ha sciorinato, nell’ultima vostra telefonata, tutti i successi ottenuti negli ultimi anni da lei e dai suoi figli. “Vuoi farti vedere in forma anche tu eh?” ti chiedo mentre mi fai cenno di sì con la testa.

Non ne hai bisogno sai – vorrei risponderti – che tu sei una delle donne più affascinanti sulla faccia della terra anche senza aver vinto mai niente. Lo so che tu avresti voluto che la tua creatività fosse esplosa anche fuori dalle mura di casa, che il talento fosse divenuto un lavoro, che le poesie che scrivi potessero dare un senso vero alle parole ed essere “ascoltate” da qualcuno”.

Ma non ti dico niente.

Così parliamo del più e del meno. Tiri fuori un pezzo di focaccia dalla borsa, come quando avevo cinque anni e me la porgi, strappandone un pezzo. C’è anche la frutta mi dici, prendila, è fresca. Appoggi la mano sul mio braccio e mi accarezzi, con il dito pollice che si muove a destra e sinistra, con movimenti regolari. Al polso hai l’orologio di tuo padre, non te ne separi mai e io lo guardo mentre le lancette dorate luccicano sotto il sole delle tre e mezza.

Luccicavano anche dalle foto scattate in quel giorno e che ho riguardato  ieri sera, ingrandendole più volte ed in più punti per ricordarmi meglio di te, oggi che non ci sei più. Per perdermi su ogni espressione, particolare, su ogni accenno di sorriso, sui tuoi occhi che con uno sguardo dicevano tutto. Mancava solo la tua voce, ma tu eri lì comunque, io lo so. Ti ho detto buonanotte e ti ho mandato tre baci, come mi hai chiesto l’ultima volta. Era settembre.

A Tecla.

A te, che piaceva tanto questa “Canzone”

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Oje vita, oje vita mia

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Il calcio, i goal e gli inni intonati dai tifosi sono da mettere nella top ten della cose più belle della vita. Ma il fatto buffo è se ti salgono i brividi vedendo una tripletta,  guardando esultare un attaccante ventitreenne dell’Uruguay mentre uno stadio pullula di gente innamorata, felice, estasiata. La cosa buffa è se quell’attaccante non è quello della tua squadra del cuore e se lo stadio non è l’Artemio Franchi di Firenze ma il San Paolo di Napoli.

Strano ma vero, ieri sera, in una delle gare più esaltanti di questo campionato di Serie A gli azzurri di Mazzarri sono riusciti a far salire brividi di gioia a chiunque li abbia visti giocare contro una Juventus che era l’ombra di se stessa. Ma parlare di demeriti serve a poco quando il calcio racconta belle favole, passione, impegno, rinascita.  Napoli con mille problemi,  Napoli immersa nella spazzatura, Napoli che oggi sembra essere baciata dal sole anche quando piove, rinasce sull’erba di uno stadio.  E lo fa con un calcio che innamora dopo venti  lunghi anni. Gli spalti gremiti di pubblico sono un’eccezione che fa bene agli occhi di chi guarda mentre ovunque, in Italia, si vede solo cemento a vista, gradoni vuoti. Sessantamila spettatori hanno intonato ‘O surdato ‘nnamurato e anche a me,  da Firenze, seduta comodamente sul divano di casa mia davanti ad un televisore, è salita l’emozione, come se fossi sta lì.

Ho ripensato , come in un contropiede inaspettato, all’ultimo batticuore provato per la  mia Fiorentina, batticuore non dovuto certo né alla mega rimonta contro il Brescia di ieri né agli anni del “grande progetto” Della Valle,  bensì alla serie A riconquistata nel 2004,  in uno spareggio da cardiopalma contro il Perugia. A guidare quella squadra fatta di nomi che tutti facciamo ancora oggi fatica a ricordare, c’era Emiliano Mondonico, uno che la Fiorentina l’amava davvero. In campo scendeva ogni domenica la passione mentre si inseguiva un sogno, mentre il pallone scivolava a terra per  90 minuti di adrenalina pura. A differenza del Napoli quella non era una bella Fiorentina ma aveva qualcosa in comune con la squadra di Mazzarri: il cuore.

Quando una squadra ha piedi, cervello e cuore ha già tutto.  Ma se ai primi due togliamo l’ultimo, togliamo l’essenza vera del calcio, quella che porta ancora i  tifosi più appassionati  a popolare gli stadi, invece di guardare il calcio di Sky reso spettacolare dalla regia televisiva.  Il calcio senza i tifosi ha poco senso di esistere ed a parte la tripletta di quel talento esplosivo che è Edison Cavani, la pelle d’oca l’hanno data proprio quelle sessantamila anime in tripudio che cantavano Oje vita, oje vita mia. Non lo facevano con questa gioia sfrenata nella voce,  dai tempi di Maradona. E mentre a Firenze si fischia una squadra fantasma, non rimane altro che sognare con le vittorie altrui. Là dove il cuore, oltre al progetto, conta ancora qualcosa.