venerdì 20 settembre 2019   | intoscana.it
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L’onomastico

Che l’onomastico fosse un giorno da tenere bene a mente e soprattuto da festeggiare l’ho imparato solo adesso, a trentacinque anni suonati. Credo di aver accantonato la faccenda onomastico all’età di sette od otto anni quando ho scoperto che il calendario riportava diecimila nomi di donna, tranne il mio. C’erano S’Anna, Santa Cristina o Santa Monica tanto per citare i più comuni ma, vicino a questi, non mancavano i nomi di Sante Donne fuori dal comune come Zemira, Aldesira o ancora Gerolama o Pasqualina, che mi ricordava più una torta che una santa. Il mio no, non compariva. C’era San Simone, ma Simona niente. Forse non ci tenevo nemmeno da piccola a passare per santa.

Comunque, a parte la questione calendario, dicevo che solo da qualche giorno ho scoperto che in alcune zone d’Italia (ma non in Toscana), l’onomastico è ben più sentito del compleanno. Chi me l’ha detto, ha asserito che la data del compleanno in realtà la conoscono in pochi (anche se adesso con Facebook questa teoria sarebbe da accontonare che ti fa gli auguri anche il gatto di tua cugina) mentre è assodato che il tuo nome lo conoscano tutti quelli che ti conoscono (bel gioco di parole) e questo comporta che tutti possano festeggiarti.

Sta  di fatto che io questi ragionamenti non li ho fatti e mi sono dimenticata di fare gli auguri di buon onomastico al Santo” in questione. Colpa della tradizioni diffenti da regione a regione che mi hanno condotto in errore.

 E allora oggi che devo fare? Mi devo segnare nell’agenda del  cellulare, riunioni, appuntamenti, bollette da pagare, compleanni, visite dal dentista, lista della spesa, persone da chiamare e devo pure ricordarmi di mettere l’avviso sonoro dell’onomastico? Forse dovrei, la tradizione è tradizione. O  forse potrei fare un fischio a Mark Zuckerberg e ricordagli di inserire su Facebook accanto a “mio compleanno”, pure “mio onomastico”, magari mi fanno gli auguri anche il cane di mio nonno, la tartaruga del mio ragazzo e qualche lucciola, là nel mio giardino, sempre se – per le pari opportunità – tanto invocate negli ultimi anni, non decidano di inserire Santa Simona. Io aspetto fiduciosa perchè “un si sà mai”, magari arriva un miracolo, “rottamano” S.Simone e lasciano la poltrona a me. Sempre se ho qualche Santo in Paradiso…

La valigia avida di sogni

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“Piove sul bagnato” -  rimuginava mio nonno seduto davanti ai vetri della finestra macchiati di gocce d’acqua battente.  Erano almeno tre giorni che pioveva ininterrottamente e non c’era nient’altro da fare che starsene chiusi in casa, con il camino acceso. Mia nonna lavorava a maglia per raggranellare qualche quattrino , che d’inverno faceva più che comodo e io altro non avevo  da fare che passare tutti i miei pomeriggi in soffitta.  Lì c’erano i giochi di mio padre, per lo più fatti in casa da mio nonno  che era un bravo artigiano e un ottimo intagliatore. Il mestiere l’aveva imparato da suo padre chissà quanti anni fa  e se ne era innamorato.  A terra,  poggiate nel mezzo della stanza su assi di legno, c’erano lunghe figure, colorate di rosso e di nero e occhi fatti da due semplici puntini buttati lì a caso. Assomigliavano a dei carabinieri, con alti cappelli che parevano potessero toccare il cielo.  Di lato, appoggiata alla parete c’era una vecchia sedia a dondolo e un abbozzo di capanna dove per Natale montavano il presepe. Era tutto intriso di polvere stantia, anche qualche bambola di mia zia, morbida di pezza cucita a mano. Ogni tanto provavo a frugare nella cassapanca anche se questo mi era stato vietato. Entrare nella soffitta era come volare dentro un mondo magico, dove ogni giorno potevo scoprire qualcosa di nuovo. Mi piaceva stare lì, da solo. Salire i due piani che dividevano la grande sala dove mangiavamo tutti insieme dalla zona riservata alle camere. Saltavo gli scalini di due in due nonostante gli strilli di mia nonna, fino a che non mi trovavo davanti la porta della soffitta. Pesa, con il chiavistello vecchio di ruggine e i tarli che l’avevano quasi divorata. A volte prima di entrare mi avvicinavo piano, senza aprirla. Attaccavo l’occhio sinistro ad uno dei grandi buchi, stretti e lunghi come feritoie, che si erano creati nel tempo. Chissà da quanto era lì quella porta. Nella casa del nonno come minimo c’erano nati anche il padre di mio nonno e non so di preciso quanti antenati della mia famiglia. Noi di cognome facciamo Merletti, proprio come quelle trine che piacciono tanto a mia madre e che mette sul tavolo quando arrivano gli ospiti.  Quando guardavo dal buco della porta speravo di trovare qualcosa di diverso. Ansimavo, nell’attesa che succedesse qualcosa di speciale, di inaspettato. Invece tutto era semplicemente inerte, baciato da un silenzio di pace. Quel pomeriggio non giocai con nessuno dei trabiccoli di legno costruiti da mio nonno. Rimasi semplicemente a guardare la pioggia incessante, ritmica che scendeva cadenzata riempiendo l’aia di acqua. Dapprima si crearono delle pozze, poi pian piano la pioggia invase il cortile di fronte a casa. Credevo di essere circondato da un lago. Intorno solo acqua, colori grigi e rumori di cielo arrabbiato. Mio nonno dormiva mentre la legna scoppiettava. Io rimasi un bel po’ con le mani chiuse appoggiate al mento, a guardare fuori. Non c’era la tv che avevo nella casa di città a farmi compagnia e neppure il mangiadischi rosso che mi raccontava la favola del Gatto con gli Stivali.  C’erano solo campi infiniti e case lontane, sperse all’orizzonte, vestiti lisi di lavoro e mani  spezzate dal freddo. Nient’altro.  Solo gambe per camminare lesti e mani forti  per lavorare la natura bizzosa. C’erano però i sorrisi di mia nonna e i suoi seni grandi dove poggiavo tenero la testa per addormentarmi.  Nel sonno sentivo i discorsi del nonno che si lamentava perché la stagione era stata cattiva. Meditava di andare lontano, in qualche paese fuori dall’Italia a fare fortuna. Io tenevo gli occhi chiusi e ascoltavo. Raccontava del Ballini, il proprietario del pezzo di terra accanto al suo che aveva vinto al Lotto. “Almeno lui ha smesso di lavorare, anche se, Anita lo sai, lì è piovuto sul bagnato.”  Mia nonna faceva grandi respiri ma non rispose.
“Che devo fare io? Devo andare a rubare?  -  Insistette alzando la voce – Che devo fare per dare un futuro a questo piccolo cristiano? In che mondo crescerà?” -  E si mise la testa tra le mani.
“Si sistemerà tutto “ – disse poi lei, con un filo di voce.

“Sì, prega pure il tuo Dio che tutto si sistemi ma ne dubito” – arrancò ancora rabbioso.

Quella sera cercai di non esagerare con le fette di pane con il prosciutto e per tutta la cena osservai il nonno e la nonna. Per la prima volta capii  come si sentono i poveri. Guardai dentro la faccia di chi non ha niente. Sarebbero stati felici se solo non fosse piovuto così tanto, se i campi fossero stati fertili di frutti e se io li avessi aiutati invece che stare a sognare chiuso in soffitta. Da domani tutto sarebbe cambiato. Io avrei rivoltato il mondo e avrei reso la mia famiglia felice per sempre. Avrei giocato al Lotto come il Ballini, i soldi li avevo nel salvadanaio di coccio. Avrei vinto così tanto denaro da comprare i campi di tutto Campogrosso. E mio nonno avrebbe messo il vestito buono, la mamma avrebbe inondato la casa di merletti profumati di bucato e mio padre avrebbe lasciato il lavoro in fabbrica. Ci sarebbe stato il sole ogni giorno e non saremmo dovuti andare via dall’Italia. Corsi fuori e con la vecchia scopa di saggina iniziai a spazzare la pioggia che inondava l’aia. Mia nonna corse fuori, prendendomi per un pazzo scellerato. Io ridevo. Ridevo e ancora ridevo, con la mia valigia avida di sogni tra le mani.

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Per la foto della valigia e del mimo ringrazio  lucam, andate a vedere il suo album su flickr!

La suggestiva immagine della pioggia è invece di Paf-Triz, anche questa presente su flickr a questo link

“Piove sul bagnato”, la frase con la quale ho iniziato il mio racconto è anche il titolo di un film del regista toscano Andrea Bruno Savelli, da qualche giorno nelle sale. Una frase, un modo di dire, che mi hanno ispirato questo racconto. Quindi…grazie Andrea! Vuoi vedere il suo profilo su Facebook e vedere il trailer del suo film? Clicca qui!

Brandelli di cuore

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Muove il vento le foglie del mio giardino e la loro ombra sul pavimento di casa le fa assomigliare ad acqua increspata. Sembrano foglie di limoni baciate di sole e il cielo mi appare come un’immensa distesa di mare. Sono in città e agosto sta finendo. Le mie ferie sono concluse, il frigo è vuoto e l’amore è ancora troppo lontano, almeno quanto la prossima estate. Guardo fotografie a colori che diventano dettagli da poter ingrandire sullo schermo del portatile, per ricordare meglio cosa ne è stato di ieri. Sul tavolo di casa finte margherite galleggiano in un vaso pieno zeppo di sabbia e mi ricordano che dovrei passare davanti ad uno specchio e spogliarmi delle cazzate che mi grondano addosso come pioggia insolente.

Ho solo ventisei anni. E i miei genitori quando sono nata hanno avuto la geniale idea di chiamarmi Gioia. Peccato che io, a differenza ciò che speravano per me, non sono affatto felice. Non so nemmeno cosa sia la gioia. Conosco piuttosto la malinconia devastante e impetuosa, vivo una felicità fatta di attimi, che non conosce spazi duraturi ma solo sfavillanti momenti di breve durata. Che non superano il tempo di un film, di una cena, dei fuochi arficiali. Che non vanno oltre il tempo di un esame, di una vacanza, di un sogno. E poi puf! Diventano niente. Crollano come fondamenta deboli, si sgretolano come la pelle bruciata dal sole.

“Gioia tesoro – legati quei capelli che ti si riversano sugli occhi. Hai un’aria così trasandata”. Sento la voce di mia madre, appena affacciata sul terrazzo. Annaffia le piante, getta via le foglie secche. Passo un dito al centro della montatura degli occhiali, per avvicinarli di più al naso. Per vederci chiaro mentre gli occhi affogano di lacrime. La voce di mia madre mi irrita in quel giorno così perfetto. Sarebbe un giorno bellissimo se solo fossi felice. C’è il fresco, il sole, c’è un aria bella da respirare. Ho ventisei anni. Ventisei. Che faccio qui, immobile di paura, avara di sogni? Aspetto un amore troppo lontano perché possa tornare. E mi accontento di niente, lasciando che il vento asciughi le guance bagnate e che il tempo rimetta insieme brandelli di cuore spenti di battiti.

“Gioia, cosa vuoi per cena stasera?”. Gioia? Gioia?!”.

Ho fame di felicità. Ma questo, mamma, non posso dirtelo.

Questo racconto mi è stato ispirato da due parole scritte da un amico di Facebook: Luca La Rocca. Vuoi vedere il suo profilo? Clicca qui!

Per la foto ringrazio Bimba81, andate a vedere il suo album su Flickr: cliccate qui!!!

Da grande

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“L’estate sta finendo…oggi diventi grande”. Così mi disse più o meno mio padre, dandomi una pacca sulle spalle con lo sguardo dritto verso l’orizzonte. Avevo sei anni e a settembre avrei frequentato la prima elementare. Avrei lasciato alle spalle gli anni dell’asilo, avrei dovuto imparare a leggere, a scrivere, a contare con i tappi smerlati dei succhi di frutta. Il babbo mi disse che in terza elementare sarei anche potuto andare a scuola da solo, attraversando l’unica strada che divideva casa mia dalla Duca degli Abruzzi. Gli ombrelloni blu, scoloriti di sole, erano tutti chiusi. La sabbia morbida non conosceva orme, solo il segno della rastrelliera del bagnino che dalla riva accarezzava la rena fino allo stabilimento. Il temporale del giorno prima aveva segnato la fine dell’estate e l’aria fresca mi ricordava che settembre era alle porte. Sarei diventato grande. Un po’ mi faceva paura questa cosa.

Cosa sarebbe cambiato?

A me, a dire il vero, i grandi non piacevano un granché. Avrei preferito diventare vecchio piuttosto che grande. I vecchi erano fertili di sorrisi e mi regalavano le caramelle alla menta. Mi difendevano quando la mamma mi brontolava e le gonne larghe della nonna erano il posto nel quale mi riparavo più volentieri. Lì ero al sicuro. Ai miei occhi i grandi erano sempre troppo tristi, non giocavano mai, ridevano poco e quando lo facevano non ne capivo bene il perché. I grandi non erano felici, ne ero certo. E poi la mamma mi aveva detto che quando sarebbe iniziata la scuola avrei dovuto giocare di meno e pensare a studiare. E perché mai?. Io volevo rimanere bambino. Io stavo bene così, perché avrei dovuto cambiare la mia condizione proprio adesso?

Anche mia sorella, maggiore di me di ben cinque anni, era diventata grande alla fine di una calda estate. Ricordo che piangeva. Aveva la faccia corrosa di lacrime, mentre belava di tormento. Invocava il nome di mia mamma come se stesse per morire. Corsi da lei e mi resi conto che il suo costumino bianco all’uncinetto era intriso di sangue vivo, rosso come quello che mi usciva dalle ginocchia quando cadevo con la bici sui sassi. La mamma la coprì con un asciugamano e la strinse forte. La baciò sulla fronte per tranquillizzarla, poi le disse. “Tesoro mio, non preoccuparti. Non è successo niente. Sei solo diventata grande. Adesso non sei più una bambina, sei una donna”.

A settembre iniziai la scuola e alla fine la mia vita non cambiò poi molto. Crebbe il numero dei miei amici e imparai a leggere ed a scrivere. Feci cinque centimetri in un anno e risultai tra i più alti della mia classe. Per il resto mi sentivo sempre lo stesso. Ero sempre io. Marco, figlio di Francesco Morandi e Anna Semplici.

Ripenso a tutta quella storia, seduto su un patino addormentato sulla spiaggia. Sono sempre io. Con quarant’anni e un matrimonio finito ieri, con l’estate che se ne sta andando anche senza i temporali che adesso, nel 2009, non ci sono arrivano più, regolari, a lasciare spazio all’autunno. Settembre giungerà lo stesso e non mi ricorderà che si diventa grandi. Io però forse lo dirò ai miei figli e così faranno a sua volta loro, tra qualche anno. Avevo ragione, crescere è una gran fatica. E la vita scorre mentre rincorri progetti. Rincorri scalini da salire. Gradini che ti dicono che sei arrivato, che sei un grande. Studiare, laurearsi, lavorare, fare carriera. Sposarsi, avere figli, prendere il mutuo, far sì che il tuo matrimonio sopravviva al tempo che incede. Mi sembra di sentire la mano di mio padre che mi batte ancora sulla spalla e il suo sospiro disperso nell’orizzonte. Adesso è un vecchio. Felice dei suoi nipoti come tutti i vecchi. E io sono sempre il solito figlio scontento, sono un cliché. Ma ho in serbo grandi cose per me. E correrò ancora. Il mare mi aspetterà come ogni anno e ogni estate, quando gli ombrelloni saranno chiusi e le spiagge vuote. Tirerò le somme, contando con i tappi smerlati dei succhi di frutta, come facevo a sei anni. Quando sono diventato grande. Per la prima volta.

Per la foto ringrazio Nuvola Rapida e le sue immagini di Flickr! Vuoi vedere il suo album? Clicca qui!

Il racconto mi è stato ispirato dallo status di Facebook di Marco Liorni…parlava dell’estate che finisce! Vuoi vedere il profilo di Marco su FB? Clicca qui!

Agosto e il rumore sordo dei ricordi

Finalmente ero felice mentre guidavo lungo la provinciale che portava ad una vecchia cascina lungo le rive dell’Adda. Il sole luccicava trascinando ombre bagnate lungo la strada e io respiravo l’aria calda dell’estate. Amavo anche la vecchia auto rumorosa che mi accompagnava in quel viaggio, l’assenza dell’aria condizionata, i finestrini che andavano tirati giù a mano, a fatica. Era tutto come un tempo. Anche l’odore dei campi a riposo, gli alberi in fila che apparivano ogni tanto tra la pianura tagliata da vie infinite di asfalto cocente, deserte e corrose. All’improvviso non vidi più niente davanti a me se non ricordi. La lucentezza dell’infanzia, le lunghe corse in bicicletta, le ginocchia sbucciate, il sapore fresco del latte nei bicchieri di vetro spessi e pesanti, il tavolo grande nell’aia. E tutta quella gente, il grembiule della nonna, il suo sorriso mentre seminava farina sull’immenso tagliere di legno alto, concavo del tempo passato. La panca dove stavano seduti i vecchi, poggiata al muro rosso, acceso, caldo come la terra d’intorno. Quella panca sotto la quale mi rimpiattavo quando giocavo a nascondino. I tracciati di gesso sul marciapiedi intorno alla casa segnavano quadrati dove saltare a zoppino senza perdere l’equilibrio. Gli animali che mi guardavano con occhi amichevoli e che salutavo con la mano alla fine dell’estate ,quando tornavo in città, allontanandomi con questa stessa auto carica di valigie di pelle spessa, coperta di polvere ed emozioni.

Poi, all’orizzonte si affacciò la Cascina. Grande, dalla forma regolare, con due bassi archi laterali. Lì un tempo stavano gli attrezzi dei campi, le vanghe, i rastrelli, i picconi. Quando arrivai il cuore era in gola, schizzato in alto fino a bloccarmi il respiro. Erano passati trent’anni e la Cascina era tinta di nuovo. Qualche secchio con la vernice era ancora lì e poco vicino se ne stava un pennello inzuppato nell’acqua perché non si indurissero le setole. La porta chiusa, tuffata di turchese sapeva di mare. Non seppi resistere e mi lasciai cadere all’indietro, nell’erba soffice. Mi solleticò la pelle e i pensieri. Piansi. Per quelle atmosfere delle quali non mi potevo più riappropriare, per quei volti che mi avevano lasciato lì, da solo, a ricordare. Rimaneva solo quella Cascina profumata di nuovo e dentro niente. Solo rumore di silenzio, qualche ruga in più sul cuore e occhi troppo stanchi per fissare a lungo l’orizzonte. Gambe pesanti per poter correre ancora lungo i campi. E una mente sempre più lucida che faceva apparire ferocemente limpidi i ricordi di un passato e di una vita che adesso stava solo a guardare.

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Grazie a Marco Vigiani per l’idea del racconto, scaturita dal suo stato su Facebook. “Come corre il tempo…è già agosto” – ha scritto oggi. Da questa frase è nato questo breve scritto, spero vi sia piaciuto. E’ un pò triste, lo so! ;)

Vuoi vedere il profilo di Marco? Clicca qui

Per la foto ringrazio Flickr e Sunset Road: vuoi vedere il suo album? Clicca qui!

Leonardo cerca una connessione decente…

Si chiama Leonardo la persona che ha ispirato il primo racconto di Faccialibro Tales. Voglio aprire con lui perchè l’idea di questo blog nasce proprio da un suo stato pubblicato su Facebook un pò di tempo fa. Accanto al suo nome e cognome c’era scritto: “Leonardo cerca una connessione decente…con l’esistenza”. Ho letto ed immaginato. E questo post è il risultato dei miei pensieri, ovviamente frutto della fantasia, ripensando a Leonardo e a ciò che aveva scritto. Buona lettura,

Simona

1971 FENDER TELECASTER da vintageguitarz.

Erano ore che Leonardo cercava una connessione decente. Davanti al suo MAC appena comprato e con i tre cellulari buttati alla rinfusa sulla scrivania, meditava come poterla trovare. Skype si illuminava di messaggi ai quali non avrebbe risposto e le righe orizzontali del suo maglione gli aprivano vie infinite di tormenti. Dette un’occhiata fugace alla sua chitarra, una Fender Telecaster del 75 appoggiata sulle lenzuola del letto disfatto. Gli aveva fatto compagnia durante una notte nella quale non era stato buono a chiudere occhio ma proprio quella stessa notte era riuscito a partorire il suo pezzo migliore. Ancora non aveva deciso come l’avrebbe chiamato e quella ricerca del titolo, l’aveva reso un po’ inquieto. Sorseggiava qualche goccio di prosecco svanito, rimasuglio di qualche sera prima, dopo una serata di baldoria con gli amici. Scese giù veloce dalla gola e calò diretto nello stomaco, depositandosi sul fondo. Sentì uno strano senso di vuoto e l’eco degli accordi rimpastati qualche ora prima, mentre con il plettro animava suoni scordati. Guardò la sua immagine riflessa nel mega schermo del Mac e notò che i capelli avevano risentito nuovamente dell’umidità, increspati e inviperiti come serpi sulla testa di Medusa. Così provò a stirare i due ciuffi che gli ricadevano sugli occhi, tirandoli con il pollice e l’indice uniti. Della connessione invece neppure l’ombra. Ancora troppo rallentata. A volte sembrava che fosse riuscito quasi a ripristinarla ma quando provava a collegarsi ecco che crollava nuovamente. Così decise semplicemente di aspettare, afferrò una matita, prese il primo foglio bianco a portata di mano e buttò giù qualche fumetto per ingannare il tempo. Giocò con le linee e i contorni, riempì di nero qualche spazio e sfregò di lato la matita per i chiaroscuri. Le note nella sua testa, però, risultavano ancora troppo indecise. La connessione era stata perfetta tutta la notte, ma quella mattina l’aveva proprio dannatamente abbandonato. Inspiegabilmente abbandonato. Era stata pressochè perfetta mentre suonava e la sua voce l’aveva sentita micidiale, uscire profonda e disperdersi in armonia con le pareti della stanza. In quella notte il suo mondo era lì. Tra il pc, i muri intrisi di pensieri, la sua Fender e qualche parola che si era data una stretta di mano con la musica. Non avrebbe desiderato altro. E si era sentito Dio. Ma quella fottuta mattina aveva perso di nuovo la connessione. “Riuscirò mai a trovarla, a mantenerla costante, equilibrata?” – si chiese mentre sentiva l’inquietudine infilarsi alle pareti delle sue interiora. E mise di nuovo mano al computer alla ricerca della sua connessione decente…con l’esistenza.

Il Leonardo del racconto vi ha incuriosito? Andate a scoprire quello vero!

Stefano ha un dubbio esistenziale: X-Factor o la finale di Amici?

Stefano passò tutto il pomeriggio con un dubbio che gli arrovellava il cervello: quella sera, dopo essersi spaparanzato sul divano di casa, con le gambe appoggiate al tavolino e gli urli di sua moglie che oramai, dopo dieci anni risuonavano come cantilene di traffico negli orecchi, dopo aver bevuto il caffè bollente, corretto con un goccio di Fernet Branca che l’aiutava a digerire, dopo aver chattato una buona mezz’ora sul portatile – almeno fino alle 21 e 20 – rimbalzando con un occhio su Facebook e l’altro puntato sull’Uno per vedere come andavano a finire i “pacchi” e scoprire se quella disgraziata della Toscana fosse riuscita a vincere i benedetti cinquecentomila euro – che le avrebbero consentito di non pensare più al mutuo – rimaneva incerto solo su un particolare: cosa avrebbe visto quella sera alla tv dopo il preserale? X-Factor o la finale di Amici?

amiciIl talent show con Morgan innamorato della Corvaglia o il programma della conduttrice, autrice, produttrice la tuttologa vincente Maria De Filippi ? Eh, quello era davvero un bel dubbio. Neppure il Fernet , buttato giù in dose sostanziosa da sua moglie nel caffè, l’aveva aiutato. Dapprima si era detto che forse lo zapping poteva essere una soluzione ma non ne era poi molto convinto. “Marisa ma tu cosa guarderesti?” –chiese, mentre la donna finiva di sparecchiare in silenzio. Lei lo guardò fisso negli occhi ma non rispose. “Allora? – insistette Stefano- non mi sei mai di aiuto. Per una volta che ti chiedo un consiglio…”.

Marisa si sfregò le mani sul grembiule che sapeva di bucato, passò bene il panno tra le dita per assicurarsi che fossero ben asciutte quindi si avvicinò al consorte, già con il telecomando in mano e la testa alla tv. Appoggiò un piede sul tavolino rimanendo perfettamente di fronte a Stefano. “Sei un idiota – gli disse- tu e quella maledetta scatola parlante. Tu vaiaffanculo insieme ad Amici e X Factor, tu e i tuoi commenti sulle estensioni di capelli della Ventura e il seno che le sta per scoppiare da un momento all’altro, tu e tutti quei messaggi che mandi, con il cellulare pagandoli un euro, dico un euro, per far vincere il tuo preferito. Sai che facciamo ora? Te lo levo io il dubbio – continuò Marisa urlando fuori di senno, mentre sventolava il grembiule sulla faccia intontita di Stefano.


x_factorCorse in camera del loro primogenito Lothar, nome che gli derivò dall’amore incondizionato di Stefano per Matthaus e l’Inter di fine anni ottanta. La chitarra del figlio era lì, in bella vista, appoggiata di sbieco vicino al letto. L’afferrò e come in preda ad un raptus incontrollabile Marisa tornò in sala, dirigendosi minacciosa verso Stefano. La scena successiva ebbe il sapore nevrotico di un film . Non volarono piatti, sarebbe stato troppo evocativo. La cara Marisa ebbe piuttosto voglia di distruggere la chitarra a suon di colpi contro il tavolino.

Lo strumento volò in aria colpendo i lampadari di cristallo che le aveva regalato sua madre per le nozze, si scagliò contro le cornici d’argento sul tavolo che rovesciò senza rispetto né per i vivi, né tantomeno per i morti, sbatté impazzita sui cuscini del divano come un battipolvere con il motore. Marisa ansimava, con il fiato che le era venuto a mancare e il cuore che le stava scoppiando dentro allo sterno.

Stefano non si era mosso di un centimetro, impietrito davanti allo spettacolo inatteso che gli aveva messo su la sua Marisa e che non gli aveva consentito di vedere se la Toscana avesse vinto o no i cinquecentomila euro. Si alzò dal divano e si avvicinò sorridente e disse, radioso a sua moglie, prima di tornare a sedersi. “Amore, peccato che non sai cantare. Tu si che hai l’X Factor!” . E, carico di adrenalina, puntò il telecomando dritto sul Due.

Lo stato di Stefano su Facebook mi ha ispirato questa scena di vita, ribadisco, assolutamente immaginaria.

Stefano è anche uno dei miei blogger preferiti…quindi, se volete conoscerlo davvero cliccate sui suoi “Sfoghi Virtuali”, il blog.