venerdì 20 settembre 2019   | intoscana.it
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Un calcio sacrilego al destino perfetto

L’Arno è sporco e ghiacciato. Per questo alzo gli occhi verso Ponte Vecchio, per non vedere l’acqua  che cammina melmosa. E’ un po’ come me. Anch’io tiro passi lenti, pesanti  come se fossi coperto di fango e detriti. Trascino la mia valigia con dentro tutta la mia vita. Ci ho infilato qualche foto. Una in cui sono in prima elementare con il grembiule nero ed il colletto bianco, in  un’altra ho la bocca sporca di gelato. Poi c’è quella in braccio a mia nonna, appoggiato sui quei seni che paiono la Cupola di Santa Maria del Fiore, così perfettamente tondi e  pieni. Universali e caldi che mi ci addormentavo sempre. Nel trolley che mi porto dietro verso la stazione di Santa Maria Novella c’è un quaderno, con i  miei fumetti. Con i miei sogni di ragazzo che ho ingabbiato nei quadretti di quelle pagine. C’è la camicia  stirata da mia madre, che sa di appretto. C’è la foto di Mirò, che mi ha lasciato  urlando come un’istrice impazzita,  perché sono “un animale invertebrato pronto a strisciare come un serpente a sonagli per il successo”. E’ stato il suo nome a farmi innamorare di lei. Mirò, sapeva di colore. Proprio come un quadro. Chissà che cosa direbbe adesso. Se solo mi vedesse camminare a piedi, senza il mio autista, trascinando una valigia da venti euro cinese, con ai piedi un paio di All Star onsunte riesumate in soffitta. Ma ancora buone. Comprate negli anni novanta, blu elettrico. Ci cammino bene. E avverto un senso di leggerezza inaudito. Il resto del mondo l’ho buttato via stamani, dopo aver chiuso la valigia. L’orologio di casa mia segnava le 10,26. Ho sceso le scale tre, quattro, cinque volte diretto verso i contenitori della Caritas, quelli dove si mettono i vestiti per i poveri. Li ho riempiti. 10 scarpe di Gucci. 5 di Hogan. 3 di Ferragamo, quelle che ho fatto più fatica a gettare. E poi i completi, le cravatte, caterve di camicie. So di non aver fatto cosa buona ma ho buttato anche il mio Mac. L’Iphone invece adesso credo sia appoggiato sul letto del fiume d’argento, proprio sotto Ponte Santa Trinita. Prima ho voluto scattare una foto. Alla mia città. L’ultima. Prima di partire. Pluff.

Il treno è in ritardo. L’attendo sereno. Nessuno mi corre dietro oggi. Rido, pensando a cosa starà succedendo a Roma.  Lavoro lì ma faccio il pendolare così la sera me ne torno sempre a Firenze. Avevo cinque appuntamenti in un’agenda più fitta della programmazione di SkySport. Il primo alle 9 in punto. Colazione di lavoro. Mi aspettava il mio ufficio da 150 metri quadri, la mia segretaria, la borsa in picchiata, il traffico. Respiro a pieni polmoni, aspetto il regionale che mi porterà a Viareggio. E poi il pulmann, verso Camaiore. Lì c’è la casa di mio nonno, dietro le Muretta. Ho trentasei anni. Sono un uomo. Ma mi manca quel posto.
“Italo, Italo…ma sei proprio tu!”. Mi volto. E’ Matteo Francesconi. Con lui mi aggrappavo sulle Muretta a raccogliere le more. Giocavo a rimpiattino o con le biglie. Ricordo anche pallonate verso il cielo d’agosto, con il SuperTele blu e nero. E non poteva essere altrimenti. Lui era interista.
Gli rispondo con un cenno del capo e allargo le braccia. “Sono proprio io, in carne ed ossa”.
“Il ritorno del signor prodigo”.
“Eh sì, a volte ritornano”, dico io. E la voce la sento che mi viene a mancare, si fa sommessa come quando mio nonno mi rimproverava e correvo a nascondermi nell’angolo della stanza. Autocastigandomi ancor prima di sapere quale sarebbe stata la mia punizione.
“Allora?”- su su tira fuori la prole, dove l’hai nascosta? Mi chiede.
No  - mi dispiace  deluderti caro Matteo. Niente  figli, niente moglie e nemmeno un’amante. Sono libero come l’aria.
Oh, Italo Pezzini, non ci credo. Non è da te.
E invece lo è. Ribatto mentre la conversazione mi sta stufando.
Lui ridacchia. Mi racconta di sé anche se io non sono sinceramente interessato a come ha passato gli ultimi venti anni della sua vita.
“Mi sono sposato con la figlia del pizzaiolo. Ti ricordi Laura?”.
“No, non ho molta memoria. Mi spiace”.
“Ma sì che te la ricordi dai. Ci passava  triangoli di cecina e di pizza di nascosto da suo padre.  E non te la ricordi l’indigestione di Scarpaccia? Se ancora oggi vedo una torta di zucchine potrei morire all’istante. Comunque adesso abbiamo due figli. I figli sono la cosa più bella vita, dovresti provare ad averne almeno uno. E’ una gioia che non si può descrivere. Certo i problemi sono tanti, tirare avanti oggi è diventata dura. Però ce l’ho fatta a comprare casa, vicino al Prado. Trent’anni di mutuo. Fortuna che mi ha aiutato un po’ mio suocero. E non ti ho detto dove lavoro! Insegno alle scuole medie. Sai quelle dove abbiamo studiato anche noi. Pensa tu i casi della vita  eh Italo?”.
“Eh, sì i casi della vita. Scusa ma devo proprio andare, sono di fretta. Devo ritirare delle carte e partire”.
“E dove vai?”.
“Ancora non lo so”.
Faccio un breve saluto a Matteo Francesconi con la mano e proseguo per la mia strada. Muovo le  chiavi  nella tasca dei pantaloni e penso che gli amici d’infanzia siano un ricordo che deve rimanere tale. Ritrovarli dopo tanti anni ti genera solo delusione. Meglio lasciarli inchiodati a una foto di terza media, con l’apparecchio ai denti e la camicia che gli esce  dai pantaloni. La sua effimera felicità mi disgusta.


La porta di casa cigola. Camaiore invece è silenziosa. Nella corte si respira la solita aria austera. I ritratti del bisnonno Jacopo e della  Piera Magnaghi sono appesi alle pareti, più scuri e tetri del solito. Il mio stemma di famiglia invece è  sempre in salottino, in bella vista. Vicino alla scrivania in radica ed ai libri di latino. Il mio destino era già scritto in quei libri. Non avevo scelta, ancor prima di nascere. Dovevo essere un uomo di successo,  proprio come poi sono diventato, degno discendente di una famiglia di potenti. Ricco. Nobile. Sfacciatamente stronzo, forse. Proprio come mi accusa Mirò. Lei che viene dalla campagna, cresciuta tra le spighe di grano e gli olivi. Così figlia della terra che pulisce il piatto con le dita e poi se le porta alla bocca. La prima volta che le vidi fare quel gesto rabbrividii. Lei se ne accorse. E continuò. Amava sfidarmi.
Corro veloce fino in soffitta. Al terzo piano. Dovevo prendere ancora due cose, prima di scappare. Perchè è questo che sto facendo. Sto scappando. C’è polvere di anni. Tutto è grigio fumo. E la polvere la vedo chiaramente, in controluce.
In un angolo c’è un fustino cilindrico di Dixan, degli anni Ottanta. Dentro so già cosa c’è, al posto del detersivo. Ma lo apro comunque, come se dovessi scartare un regalo di Natale. Tolgo il coperchio rotondo, coperto da tre dita di laniccio e affondo le mani nel mio tesoro. Decine e decine di soldatini giacciono nel fustino chissà da quanti anni. Eppure sembrano nuovi. Ne prendo in mano tre o quattro e tutto torna a parlare. Di pomeriggi di bambini, passati a costruire barricate, a giocare alla guerra. Pomeriggi di spari e di bombe, di eroi che battevano il nemico, di elicotteri che facevo roteare in aria e poi discendere a terra, per salvare  gente immaginaria che chiedeva aiuto, dal basso delle campagne.
Il silenzio di Camaiore ricordava la guerra. All’epoca ero un grasso bambino che tentava inutilmente di arrampicarsi sulle mura fatte di grosse pietre, chiare come il marmo delle cave di Michelangelo, a Carrara. Su quelle mura, mi raccontava mia madre, si rannicchiavano i partigiani, con i loro fucili tra le mani. Morivano per la libertà. Non ho mai saputo cosa si poteva vedere al di là di quelle pietre. Tutti riuscivano ad arrivare alla cima e poi sedersi, gustarsi il panorama. C’era riuscita pure mia cugina, due anni più piccola di me ma decisamente più agile. La invidiavo mentre mi invitava a raggiungerla. La guardavo dal basso, mentre il vento le muoveva i capelli lisci e lo sguardo vivace pareva brillare come fa l’asfalto a luglio, quando sembra bagnato. I miei occhi hanno immaginato tante volte cosa potesse esserci là dietro. Distese infinite di papaveri rossi, tanti quanti erano i partigiani morti in guerra, uccisi dai tedeschi cattivi. Oppure un grande lago, posato  dolcemente ai piedi delle montagne. Nell’acqua rifletteva il verde degli alberi, delle foglie mosse dal libeccio. Poco lontano dal lago c’era una grande casa di campagna, una scala di legno di fortuna appoggiata ad un fico. Delle grandi vasche di pietra dove donne inginocchiate lavavano immense lenzuola bianche. Le mani forti si immergevano nell’acqua ghiaccia, si tuffavano nel bucato come audaci delfini. E riemergevano rosse come il fuoco che ardeva nei camini, d’inverno. Se mi concentravo riuscivo pure a sentire gli odori di quella casa, quella che immaginavo potesse esserci dietro le mura di Camaiore. Ancora oggi non so cosa ci sia oltre quei grossi massi. I miei occhi non sono mai andati oltre la mia immaginazione.

Smuovo i  soldatini nella mano, mentre mi guardo intorno. Cerco dell’altro. Ci sono tante scatole, riposte in maniera ordinata avvolte da lunghe ragnatele fitte come nebbia.  Le faccio fuori con la mano, con una zampata degna di leone. Sono diventato vorace di ricordi.  Mi siedo a terra ed apro i cartoni, uno ad uno. Tante cose non mi dicono niente. Una vecchia radio, un frullatore, serviti mai usati, posate d’argento. Non ci sono libri. A casa di mio nonno i libri non sono fatti per essere tenuti in soffitta. “Il sapere deve stare sempre a portata di mano” –  mi diceva indicandomi la libreria a parete del salotto.

“Vedi questa fila? Ci sono i libri che dovrai leggere in questa estate”.
Mi obbligò a farlo davvero ma non fu una punizione come credevo. Tutt’altro. Il primo libro l’ho letto sulle rive del Teneri, il torrente di Camaiore. Era un pomeriggio di giugno del 1981, avevo sei anni. Non ho mai visto tanto verde vibrante di sole come in quei giorni. Mio nonno teneva su un cappello di paglia e portava un paio di pantaloni blu che tirava su fino al ginocchio. D’intorno qualche uomo pescava.
“Vieni qua”- mi disse – siediti qui, vicino a me. Mi tolse le scarpe e lui fece lo stesso. Dai, adesso è il momento di infilare quelle zampe nell’acqua. Forza ” – mi esortò.
L’acqua era fredda.  Ma dopo qualche minuto il mio corpo si era già temperato. Mi spiegò che proprio lì, sul Teneri, si era tanto divertito da giovane, quando scappava  da suo padre.
“Il latino non mi andava giù sai, non l’ho mai digerito” – mi confessò. Così venivo qua, di corsa. Mi sentivo libero.
Ma tu, adesso devi leggermi una favola – mi disse. Ecco qua. Mi mise tra le mani un libro di Jean de La Fontaine. Era più grande di me. La copertina verde smeraldo, le scritte grandi,  le illustrazioni colorate che prendevano tutta una pagina.
Ma non possiamo pescare?  - gli chiesi. Siamo in mezzo ad un torrente, qui si pesca, non si legge.
E chi l’ha detto questo? Tu adesso inizi a leggere, poi peschiamo.
Tu mi prendi in giro, nonno. Non hai portato la canna da pesca. Lui rise. Leggi – mi intimò. Dopo ti ho detto che pescheremo. Che fai non credi a tuo nonno?
Non risposi ed iniziai il racconto.
Allora? Italo,  sto aspettando.
Nonno, sto leggendo.
A voce alta, Italo. A voce alta.
Un po’ mi vergognavo di dover leggere a voce alta. A pochi metri da noi c’era chi pescava,  sulla riva opposta c’era un uomo che ci guardava strano. Ma non mi pareva il caso di contraddire ancora mio nonno. E iniziai a leggere.
«Un corvo aveva rubato un pezzo di formaggio ed era andato a posarsi su di un albero. Lo vide la volpe e le venne voglia di quel formaggio.
Si fermò ai suoi piedi e cominciò a far grandi lodi del suo corpo perfetto e della sua bellezza, dicendo che nessuno era più adatto di lui ad essere il re degli uccelli, e che lo sarebbe diventato senz’altro , se avesse avuto la voce”.
La voce, Italo. Chiudi quelle “c”.
Ripresi a leggere. “Se avesse avuto la voce”.
Il nonno fece segno con il capo che stavolta la mia dizione era quella giusta e continuai.
“Il corvo, allora, volendo mostrare che neanche la  voce gli mancava, si mise a gracchiare con tutte le sue forze, e lasciò cadere il formaggio. La volpe si precipitò ad afferrarla, soggiungendo: “Se poi, caro il mio corvo, tu avessi anche il cervello, non ti mancherebbe proprio altro, per diventare re”.
Bene, bravo Italo. Passò veloce la sua mano sui miei capelli, arruffandoli.
Cosa hai capito di questa favola?
Lo guardai inebetito. Ero talmente impegnato a leggere bene e pronunciare con la giusta dizione ogni parola che avevo perso il senso di quello che avevo appena letto.
Lo guardai, impaurito. C’era solo l’acqua a fare rumore.
Puoi rileggerla se vuoi. Lo feci, ma in silenzio. Con gli occhi.
Poi guardai mio nonno che invece osservava il cielo. Aveva le mani appoggiate sull’erba, appena dietro la schiena.
“Non bisogna fidarsi di chi ti fa i complimenti” – dissi, poco certo di aver dato la risposta giusta.
“Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio – dice un vecchio proverbio – ma c’è dell’altro. Ci vuole cervello, piccolo. Sarà il tuo miglior compagno durante tutta la vita. E questi, disse poi – indicando il libro che tenevo saldo sulle ginocchia per non farlo cadere in acqua – sono importanti sai per sviluppare quella scatolina che tieni dentro questa capoccia”.
Io diventai rosso. Lui rise.
Adesso peschiamo. Dimenticai il mio imbarazzo e corsi in piedi. Il nonno camminava scalzo sui massi, Avevamo le gambe affogate in venti, venticinque centimetri di acqua. Erano giorni di secca.
Attento a non scivolare che poi tua mamma e tua nonna ci fanno lessi a tutti e due.
Sghignazzai forte, portandomi una mano a nascondere un sorriso birbante. Il nonno avvicinò le mani, a conchino, come quando devi bere e raccogli così l’acqua sotto al getto delle  fontane. Le calò vicino ai massi, immergendole fino a metà dell’avambraccio. Le tirò poi fuori, improvvisamente. Niente, la pesca non era andata a buon fine. Poi le portò di nuovo nell’acqua, mossa di correnti nervose. Quando le portò di nuovo fuori aveva uno sguardo soddisfatto. Guarda qua. In mano aveva dei bruscoli neri che si muovevano con una minuscola coda. Sembravano delle virgole in grassetto.

Cosa sono? chiesi un po’ deluso.
Sono girini.
Girini? Non sapevo minimamente cosa fossero. Erano esseri non contemplati tra le conoscenze acquisite nei miei primi sei anni di vita.
Sono rane, mi spiegò mio nonno – vedi dopo un po’ di tempo spunteranno le gambe, poi si formerà la testa ed il resto del corpo.
Lo guardavo affascinato. Sapeva rendere interessante qualsiasi cosa. I libri più belli che ho letto in vita mia, sono stati quelli delle mie estati. Decine e decine di romanzi che divorano con le gambe immerse nell’acqua del fiume, con le fronde degli alberi che facevano ombra alle pagine e muovevano le parole. Mi immedesimavo nei personaggi, gioivo e soffrivo con loro e loro con me. Mi vestivo delle loro vite e poi correvo in bici fino al mare. Mi tuffavo e nuotavo oltrepassando le secche. Poi mi mettevo a pancia in su. Galleggiavo con le braccia aperte. Sentivo l’acqua che per metà mi prendeva il corpo e lasciava libera l’altra  metà. Guardavo il cielo e immaginavo. Facevo il morto a galla. Anche questo me l’aveva insegnato mio nonno.
Si chiamava come me, Italo. Mentre aprivo e richiudevo le scatole in soffitta pensavo a cosa avevamo in realtà in comune io e lui, oltre al nome. Una famiglia che oggi non ho più, forse. Li ho persi uno ad uno senza neanche accorgermene. Falcidiati dal tempo. A volte quando mi chiamavano ed ero preso dal lavoro, dalle telefonate, dalle riunioni o semplicemente dal niente di cui mi ero circondato mi disturbavano. Tutti i parenti che mi chiamavano li giudicavo solo una gran scocciatura. Mia zia, mia nonna, perfino mia madre.  Soprattutto mia madre. Chiunque mi scocciava. Pure le donne che mi ritrovavo nel letto al posto di Mirò. Se da bambino non mi stancavo mai di quel facevo da adulto sono diventato l’opposto. Tutto mi stanca. Guardo i soldatini a terra, vicino al fustino di Dixan. Avevo quelli e mi bastavano. Poi è arrivato il successo, il lavoro, i riconoscimenti, il denaro. E non mi bastano mai. Ho incominciato a correre fino a rimanere senza fiato. Sono sempre arrivato a vincere. Sempre il primo della classe, il primo sul lavoro, il primo con le donne. Ma quando arrivo ho bisogno di partire di nuovo. Appena raggiungo l’apice non mi sento appagato. Sono nervoso, stizzito, incazzato come nessuno. Tiro un calcio alle scatole, qua in soffitta. Un calcio sacrilego ad un’infanzia troppo perfetta e ad un presente che non mi dice niente. Mi lascio cadere all’indietro. Le gambe incrociate come gli indiani. Le braccia aperte come quando facevo il morto a galla. Sopra di me, però, niente cielo. Solo vecchie travi pesanti. Respiro forte. Mi manca l’aria. Chiudo gli occhi. E poi li stringo fino a farmi male. Spero che quando li riaprirò sarà tutto diverso. “Che cazzo stai facendo Italo?”. “Cazzo fai in sto porco mondo zozzo come acqua marcia che trovi sui marciapiedi quando piove? – Cazzo, cazzo, cazzo. Lo ripeto più volte tanto che il concetto mi entri chiaro in testa. Batto i pugni sul pavimento gelido mentre il buio non mi risponde. Piango. Stizzito come quando facevo le bizze da bambino. Piango e non so fermarmi. Credo di avere un mostro nello stomaco che mi urla dentro ed ha voglia di uscire. Mi sta sbranando. Io sto vaneggiando.
Ho la febbre. Ho fame. Ho paura.

L’equazione perfetta


Ti prendo per mano e ti porto davanti alla ferrovia. Chiudi gli occhi ti dico, qui passano i treni dell’estate. Quelli che puoi scendere di macchina perchè la barra del passaggio a livello starà giù per molto. Ti appoggio il cappellino sulla testa e guardo avanti. Prova ad ascoltare ti dico, lo senti? Sta arrivando. Mi emoziono come quando avevo cinque anni, perchè i treni mi sono sempre piaciuti. Perchè tu mi hai insegnato ad amarli.

I viaggiatori sono persone migliori delle altre. L’ho imparato conoscendoli. Sono persone  che sanno guardare oltre perchè hanno visto tanto. Sono come te. Tu sei l’uomo migliore che abbia mai conosciuto. Sei quello che mi faceva giocare al flipper del bar di domenica mattina. Quello che mi faceva salire su quelle sedie che c’erano nei bar negli anni ottanta, dove la struttura era tenuta insieme da fili di plastica rossi o blu. Le sedie della mia infanzia. Erano gli anni delle cinquecento lire di carta, del gelato con la faccia della pantera rosa o di quello con il bastoncino alla liquirizia. Te lo ricordi? Tu te ne stavi in giardino a giocare a carte prima di andare a pranzo, nella tua casa di fronte alla chiesa. C’era Pippo con noi, il barboncino nero. E io starnutivo, quando c’era il sole. “Salut! Bon die!”, mi dicevi. E le tue mani erano grandi come quelle di nessun altro. Riuscivano a tenere aperte come un ventaglio le tredici carte del ramino. Tu mi hai insegnato a vincere, a giocare d’astuzia, a far credere che stai messo male all’avversario e poi chiudere in mano. Adesso potrei anche batterti sai? Tu mi guardi e capisco che una partitina te la faresti anche prima di cena. Il treno passa e mi smuove i capelli. Tante carrozze, tantissime. E’ una vecchia locomotiva che schiaccia le rotaie cotte dal sole e se ne va.

L’aria del mare mi rilassa i pensieri mentre torniamo in auto e partiamo. Prima, seconda, terza. E la strada va. Guardo le tue braccia magre e lunghe, le ginocchia che ballano mentre l’autoradio suona le canzoni che ti piacciono. Io guido e tu canticchi. E batti le mani sulle gambe. Vorrei dirti che ti amo. Ma il nostro è un amore che non ha bisogno di parole. Le Apuane sono lì,  si avvicinano. E Camaiore sembra un bocciolo di rosa accoccolato tra i boschi verdi, brillanti nella quiete dell’ombra. Si può sentire l’acqua del Teneri scorrere, lì dove i girini forse ci sono ancora.

E’ tutto come vorrei con te. E’ tutto come vorrei quando ci sei. Sei l’equazione perfetta. Tu che riesci a finire tutte le parole crociate e sbucci le pesche come io non riuscirò mai a fare. Tu che segni i numeri di telefono sulla confezione di fiammeri, che sei intelligente e brillante. Tu che sei tutto, anche oggi che non ci sei. “Mi porti a Pontremoli domani?” Ti chiedo a bruciapelo. Voglio mangiare i testaroli al pesto. Mi guardi e annuisci. “Prima vinci questa partità però” – mi rispondi. E’ un sì sottinteso. Nella taschina della polo blu a righe verdi hai già i nostri due biglietti del treno. Sai già che andremo al ristorante dove si fermano i camionisti, chè li si mangia bene. “Di te mi fido” – ti dico mentre calo la chiusura e tu hai ancora tutte le carte in mano. Ti aggiusti gli occhiali e incroci le gambe, come fanno le donne. “Sei la migliore di tutte, l’ho sempre saputo” – mi rispondi. Ti abbraccerei sai. Ma non lo faccio. Ma tu rimarrai sempre l’uomo che mi ha fatto sentire importante. E tu per me sarai sempre l’uomo dei treni. Il mio grande, unico viaggiatore.

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Telefonata al paradiso

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Guardo in cielo e poi a terra, a ovest ed est, nord e sud. Sotto le mie scarpe stanche dopo ore di attesa, tra il posto sull’Eurostar che mi riporta verso casa. Non so di preciso dove siete ma io vi cerco. Non so dove si va a finire quando si muore ma lo so che state da qualche parte. Non so se mi sedete accanto in questo tardo pomeriggio di settembre, se mi guardate dal finestrino del treno, se oggi eravate con me in quella stanza di giudici. Avrei bisogno di un dannato numero di telefono, di una via e una città , di un codice postale o  un indirizzo IP per mettermi in contatto con voi. Solo un banalissimo contatto. Possibile che non ci sia? Ho chiamato diecimila numeri al cellulare per condividere la mia gioia ma una stretta di niente crudele come nessuna si è fatta strada nello stomaco. Mi ha dilaniato come una bomba che non puoi prevedere, mi ha gettato lontano dalla felicità. Avrei voluto avervi qui, vicino a me. Con quei tre sorrisi che sorridevano sempre, quegli occhi vivaci che sapevano resistere anche alle cattive notizie. Oggi sareste stati felici più di me. Vaffanculo alla tecnologia se quando serve davvero non ti aiuta mai. Me ne frego di poter navigare in internet smuovendo semplicemente gli occhi, di trovarmi il mondo dentro al cellulare, di avere centomila canali a disposizione su Sky. Volevo solo un numero per chiamare il paradiso ma quaggiù, ancora, non l’hanno trovato…