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Brandelli di cuore

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Muove il vento le foglie del mio giardino e la loro ombra sul pavimento di casa le fa assomigliare ad acqua increspata. Sembrano foglie di limoni baciate di sole e il cielo mi appare come un’immensa distesa di mare. Sono in città e agosto sta finendo. Le mie ferie sono concluse, il frigo è vuoto e l’amore è ancora troppo lontano, almeno quanto la prossima estate. Guardo fotografie a colori che diventano dettagli da poter ingrandire sullo schermo del portatile, per ricordare meglio cosa ne è stato di ieri. Sul tavolo di casa finte margherite galleggiano in un vaso pieno zeppo di sabbia e mi ricordano che dovrei passare davanti ad uno specchio e spogliarmi delle cazzate che mi grondano addosso come pioggia insolente.

Ho solo ventisei anni. E i miei genitori quando sono nata hanno avuto la geniale idea di chiamarmi Gioia. Peccato che io, a differenza ciò che speravano per me, non sono affatto felice. Non so nemmeno cosa sia la gioia. Conosco piuttosto la malinconia devastante e impetuosa, vivo una felicità fatta di attimi, che non conosce spazi duraturi ma solo sfavillanti momenti di breve durata. Che non superano il tempo di un film, di una cena, dei fuochi arficiali. Che non vanno oltre il tempo di un esame, di una vacanza, di un sogno. E poi puf! Diventano niente. Crollano come fondamenta deboli, si sgretolano come la pelle bruciata dal sole.

“Gioia tesoro – legati quei capelli che ti si riversano sugli occhi. Hai un’aria così trasandata”. Sento la voce di mia madre, appena affacciata sul terrazzo. Annaffia le piante, getta via le foglie secche. Passo un dito al centro della montatura degli occhiali, per avvicinarli di più al naso. Per vederci chiaro mentre gli occhi affogano di lacrime. La voce di mia madre mi irrita in quel giorno così perfetto. Sarebbe un giorno bellissimo se solo fossi felice. C’è il fresco, il sole, c’è un aria bella da respirare. Ho ventisei anni. Ventisei. Che faccio qui, immobile di paura, avara di sogni? Aspetto un amore troppo lontano perché possa tornare. E mi accontento di niente, lasciando che il vento asciughi le guance bagnate e che il tempo rimetta insieme brandelli di cuore spenti di battiti.

“Gioia, cosa vuoi per cena stasera?”. Gioia? Gioia?!”.

Ho fame di felicità. Ma questo, mamma, non posso dirtelo.

Questo racconto mi è stato ispirato da due parole scritte da un amico di Facebook: Luca La Rocca. Vuoi vedere il suo profilo? Clicca qui!

Per la foto ringrazio Bimba81, andate a vedere il suo album su Flickr: cliccate qui!!!

Agosto e il rumore sordo dei ricordi

Finalmente ero felice mentre guidavo lungo la provinciale che portava ad una vecchia cascina lungo le rive dell’Adda. Il sole luccicava trascinando ombre bagnate lungo la strada e io respiravo l’aria calda dell’estate. Amavo anche la vecchia auto rumorosa che mi accompagnava in quel viaggio, l’assenza dell’aria condizionata, i finestrini che andavano tirati giù a mano, a fatica. Era tutto come un tempo. Anche l’odore dei campi a riposo, gli alberi in fila che apparivano ogni tanto tra la pianura tagliata da vie infinite di asfalto cocente, deserte e corrose. All’improvviso non vidi più niente davanti a me se non ricordi. La lucentezza dell’infanzia, le lunghe corse in bicicletta, le ginocchia sbucciate, il sapore fresco del latte nei bicchieri di vetro spessi e pesanti, il tavolo grande nell’aia. E tutta quella gente, il grembiule della nonna, il suo sorriso mentre seminava farina sull’immenso tagliere di legno alto, concavo del tempo passato. La panca dove stavano seduti i vecchi, poggiata al muro rosso, acceso, caldo come la terra d’intorno. Quella panca sotto la quale mi rimpiattavo quando giocavo a nascondino. I tracciati di gesso sul marciapiedi intorno alla casa segnavano quadrati dove saltare a zoppino senza perdere l’equilibrio. Gli animali che mi guardavano con occhi amichevoli e che salutavo con la mano alla fine dell’estate ,quando tornavo in città, allontanandomi con questa stessa auto carica di valigie di pelle spessa, coperta di polvere ed emozioni.

Poi, all’orizzonte si affacciò la Cascina. Grande, dalla forma regolare, con due bassi archi laterali. Lì un tempo stavano gli attrezzi dei campi, le vanghe, i rastrelli, i picconi. Quando arrivai il cuore era in gola, schizzato in alto fino a bloccarmi il respiro. Erano passati trent’anni e la Cascina era tinta di nuovo. Qualche secchio con la vernice era ancora lì e poco vicino se ne stava un pennello inzuppato nell’acqua perché non si indurissero le setole. La porta chiusa, tuffata di turchese sapeva di mare. Non seppi resistere e mi lasciai cadere all’indietro, nell’erba soffice. Mi solleticò la pelle e i pensieri. Piansi. Per quelle atmosfere delle quali non mi potevo più riappropriare, per quei volti che mi avevano lasciato lì, da solo, a ricordare. Rimaneva solo quella Cascina profumata di nuovo e dentro niente. Solo rumore di silenzio, qualche ruga in più sul cuore e occhi troppo stanchi per fissare a lungo l’orizzonte. Gambe pesanti per poter correre ancora lungo i campi. E una mente sempre più lucida che faceva apparire ferocemente limpidi i ricordi di un passato e di una vita che adesso stava solo a guardare.

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Grazie a Marco Vigiani per l’idea del racconto, scaturita dal suo stato su Facebook. “Come corre il tempo…è già agosto” – ha scritto oggi. Da questa frase è nato questo breve scritto, spero vi sia piaciuto. E’ un pò triste, lo so! ;)

Vuoi vedere il profilo di Marco? Clicca qui

Per la foto ringrazio Flickr e Sunset Road: vuoi vedere il suo album? Clicca qui!